Intervista a Monica Forte

“'Ndrangheta nell'Abbiatense, la società civile reagisca”

Intervista a Monica Forte, presidente della Commissione regionale Antimafia, dopo l’operazione «Quadrato 2» che ha posto nuovamente sotto i riflettori la presenza dei clan nel nostro territorio

“'Ndrangheta nell'Abbiatense, la società civile reagisca”
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Intervista a Monica Forte, presidente della Commissione regionale Antimafia, dopo l’operazione «Quadrato 2» che ha posto nuovamente sotto i riflettori la presenza dei clan nel nostro territorio.

“'Ndrangheta nell'Abbiatense, la società civile reagisca”

L’indagine «Quadrato 2» ha ribadito una volta di più la presenza di esponenti di rilievo della ‘ndrangheta nei piccoli Comuni dell’Abbiatense. Le 17 ordinanze di custodia cautelare di lunedì 7 luglio, effettuate dai carabinieri di Corsico, guidati dal capitano Pasquale Puca e dal tenente Armando Laviola, su mandato del gip Teresa De Pascale, ed il clamore mediatico che ne è seguito, hanno fatto rumore. Gudo Visconti, Vermezzo con Zelo, Gaggiano, Calvignasco, Bubbiano sono ormai definitivamente centri nevralgici per le attività della criminalità organizzata calabrese. Il territorio del sud-ovest milanese, fino a Casorate Primo, è terra in cui opera la ‘ndrangheta, sotto il controllo della locale dei Barbaro- Papalia di Corsico-Buccinasco. Sulle evidenze è intervenuta il presidente della Commissione Antimafia di Regione Lombardia Monica Forte. L’intervista.

L’operazione «Quadrato 2» quali novità ha portato alla luce?
Se per gli inquirenti e gli addetti ai lavori questa operazione è solo la conferma dello spostamento degli affari della ‘ndrangheta, dai paesi più in vista a quelli meno conosciuti, per gli amministratori locali ed i residenti potrebbe essere una doccia fredda. Leggere nero su bianco che il gotha della criminalità organizzata calabrese, faccia e gestisca affari nel proprio territorio, può scuotere gli animi ma purtroppo è ormai evidenza giudiziaria. Sindaci e società civile ne devono prendere atto e muoversi di conseguenza.

I piccoli Comuni sono in grado di occuparsi di mafia e mettere in guardia i propri cittadini?
Lo devono fare. Il rischio è proprio quello di uno scollamento tra evidenze investigative ed amministrazioni locali. In questi giorni abbiamo avuto i risultati di una nostra indagine fatta su tutti i Comuni lombardi. Sono state poste ad ogni sindaco tre domande: la prima interrogava se il loro Comune fosse dotato di un organismo antimafia, ad esempio una commissione; la seconda domanda chiedeva se fossero stati organizzati degli eventi di antimafia; il terzo quesito domandava quale fosse stato l’evento più utile ed importante secondo loro. Il dato che ci viene restituito è che, per i 1.394 comuni sotto i 15mila abitanti, la percentuale di chi vanta un organismo antimafia è del 3%, mentre chi organizza iniziative di divulgazione è del 13%. Molti dei sindaci del no ci hanno risposto di non sentire l’esigenza di tali iniziative o perché non interessati dalle mafie o perché piccoli Comuni. Tutta questa indagine va a conferma di quanto emerso dall’operazione di questi giorni.

E’ questa sensazione di estraneità al problema che poi ha comportato la scelta delle locali di trasferire i propri interessi nei piccoli Comuni?
Assolutamente si. La tranquillità, il poco controllo delle forze dell’ordine, l’estensione territoriale vasta a fronte di una popolazione minima, tutto questo crea un terreno fertile per le ‘ndrine. A questo deve aggiungersi anche un aspetto ulteriore: nelle piccole realtà è anche molto semplice riuscire ad inserire delle figure legate o amiche delle cosche nella politica locale e nelle amministrazioni. Spesso nei piccoli Comuni bastano una manciata di voti che un paio di famiglie possono garantire.

All’uscita della notizia molti cittadini e qualche sindaco non sembrano aver gradito di leggere del proprio Comune. Cosa ne pensa?
Comprendo poco le reazioni in tal senso, soprattutto per quanto riguarda gli amministratori locali. Questa indagine non ha dimostrato che tutti gli abitanti di quei paesi siano mafiosi, ma che in quelle realtà, proprio perché tranquille ed un po’ isolate, le famiglie di ‘ndrangheta trovino più facilità nel controllo dei propri affari. Dopo il fastidio iniziale mi auguro e son sicura subentrerà una sorta di coscienza civile. I sindaci non devono però esser lasciati soli. Devono aver modo di informarsi e predisporre tutti quegli strumenti atti a tutelare il proprio ruolo e soprattutto il comune che si amministra. La commissione da me presieduta lavora e lavorerà per questa presa di coscienza. Le locali in questi paesi cercano la discrezione, l’unico modo per non dar loro spazio è far cadere questo aspetto, facendo luce su affari, nomi ed attività illecite. Le istituzioni hanno il dovere di conoscere il proprio territorio.

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