La Maccarani rompe il silenzio: «Facciamo chiarezza su tutto»
Mercoledì la tecnica rhodense è stata licenziata dalla Federazione «Sono serena, al processo non voglio la “mia” verità, ma che venga fatta luce su ogni cosa Mi sento come se fossi in un tritacarne: ho dentro una ferita che non potrà mai più guarire»

«Il rinvio a giudizio non mi ha sorpreso. Andare a processo permetterà finalmente di fare piena luce sul ruolo che tutti hanno avuto in questa vicenda. Ciò non rimarginerà però la ferita che mi accompagna da due anni a questa parte. Sono serena perché so di aver agito con integrità e serietà. Sono state dette tante falsità, ma sono una donna di sport e sono abituata a rispondere sul campo».
Emanuela Maccarani rompe il silenzio rilasciando una intervista esclusiva a Settegiorni
Emanuela Maccarani rompe il silenzio. La rhodense che ha portato la ginnastica ritmica italiana ai massimi livelli mondiali, impreziosendo la bacheca del Coni con una collezione di medaglie come mai nessun altro allenatore ha saputo fare, esce allo scoperto dopo la ridda di illazioni che hanno accompagnato l’ennesimo capitolo della vicenda apertasi nell’ottobre del 2022 e che, questa volta, la vedrà a giudizio con la pesante accusa di maltrattamenti. «Me li ricordo bene quei giorni di fine ottobre 2022 – dice Emanuela Maccarani – con i primi articoli apparsi sui giornali e le ospitate televisive di Anna Basta e Nina Corradini. Il trambusto creato convinse il Procuratore Federale Rossetti ad aprire un’indagine. Quando venne all’Accademia di Desio interrogò tutti i membri dello staff e le ginnaste. Eravamo persone informate dei fatti e non c’era nessuna accusa. Anche la Safe Guarding, ruolo che la Federginnastica ha adottato per prima, raccolse la testimonianza delle ginnaste presenti. Testimonianze delle quali, però, non si fa cenno in nessun atto».
Si arriva così a novembre 2022 con il primo esposto poi a dicembre con la denuncia consegnatagli in palestra
«Lunedì 5 dicembre, nove Carabinieri si presentano a Desio. Io li faccio entrare convinta che fossero lì per indagare sul tentato scasso. Invece mi formalizzano la denuncia, vengono sequestrati il mio cellulare, quello delle mie colleghe e quello delle ginnaste e viene perquisita l’Accademia. Badate bene, la denuncia non è di Basta e Corradini, ma della Procura di Monza. Inizia il periodo più delicato La vita in Accademia lo è. Io e le ragazze passiamo giorni interi a seguire programmi televisivi e a leggere giornali che dipingono la palestra come un lager e le “Farfalle” come ragazze succubi di maltrattamenti fisici e psicologici».
La Procura Federale intanto inizia le indagini ...
«Esatto. Si prende sessanta giorni di tempo prima di decidere sull’eventuale deferimento a mio carico. A gennaio 2023 diventa effettiva la norma secondo la quale, nel caso di un procedimento, gli atti della Procura Federale e quelli della Procura Ordinaria compongono un unico documento, in modo da avere un quadro generale della situazione».
Poi cosa succede?
«Succede che vengo deferita, mi viene tolto l’incarico di Direttrice Tecnica ma posso continuare ad allenare la squadra. Una decisione che reputo soprattutto deontologica. Arrivati al dibattimento, infatti, dai documenti presentati e dalle testimonianze emerge l’infondatezza di ogni accusa. Nonostante io abbia passato intere settimane ad essere lapidata, non c’è nulla che prova i maltrattamenti paventati. Anna Basta, pur avendo l’opportunità di farlo, non presenta nessun testimone a supporto. Si ha chiaramente l’impressione di essere di fronte ad una vicenda che di sportivo ha ben poco e di politico molto di più. Nelle intercettazioni che mi riguardano non c’è mai una parola contro nessuno».
Si arriva a Parigi, alle Olimpiadi, alle medaglie…
«Si arriva anche ad un nuovo capitolo della vicenda: viene chiesta l’archiviazione del caso, perché non c’è nulla di penalmente perseguibile. In quelle 150 pagine che sono le motivazioni dell’archiviazione, però – dice con rammarico Emanuela Maccarani – vengo dipinta come una donna che detiene un potere che va oltre le massime cariche federali. Una donna che, in virtù di questo potere, tiene tutti in pugno. Avevo così tanto potere che, pur di portare avanti il progetto sportivo, ho continuato a lavorare ogni giorno per la Federazione, accettando condizioni, organizzative ed economiche, non certo favorevoli».
Arriviamo ai giorni nostri
«A fine settembre del 2024 Anna Basta ha presentato opposizione alla richiesta di archiviazione al Tribunale di Monza. Il GIP ha valutato la vicenda nei tempi stabiliti ed ha ritenuto di rinviarmi a giudizio per maltrattamenti in famiglia». Ovvero? «Ovvero Anna Basta ritiene di aver subito maltrattamenti in un ambito familiare, come può configurarsi la vita in Accademia, dove stiamo tutte insieme per lunghi periodi di allenamento. Ritiene che i maltrattamenti da lei subiti abbiano indotto tutte le altre ginnaste ad accettare un sistema intimidatorio, a fronte del raggiungimento di un risultato».
Come ha deciso di procedere?
«Lo scorso 13 dicembre ho presentato una memoria difensiva per chiarire molti aspetti. Uno psicologo forense, quindi supra partes, ha invalidato la prova presentata da Anna Basta. La memoria contiene 200 pagine di messaggi del mio telefono personale. Non ce n’è uno, dico uno, che avvalora la tesi dell’accusa. Ogni parere, anche quello dei Carabinieri, evidenzia l’atteggiamento positivo tenuto dalla mia persona in merito alla vicenda e al rapporto con le ginnaste. Aggiungo un dettaglio assolutamente personale: è risaputo che la squadra nazionale italiana è la più longeva tra quelle che salgono in pedana in ambito internazionale. Mi chiedo come possano, queste ginnaste, aver subito un clima intimidatorio, a livello emotivo e tecnico, per così tanti anni, ed essere, nel contempo, una squadra di alto valore sportivo. Il mio profondo rammarico è un altro: l’impianto accusatorio è stato costruito ad hoc. Nel caso di rinvio a giudizio per maltrattamenti in famiglia, non hanno valore i contenuti della mia memoria difensiva»
È accusata di insulti…
«Respingo ogni accusa al mittente. Durante gli allenamenti le valutazioni vengono fatte alla squadra e mai alla singola. Dire ad una ginnasta “sei troppo lenta in quel passaggio”, non è insulto. È sottolineare che l’esercizio va fatto meglio. Se poi una ginnasta si sente a disagio, o frustrata, per l’atteggiamento delle altre componenti della squadra, che non riescono ad allenarsi come vorrebbero, non è certo una colpa da imputare all’allenatrice. “Mi sono sentita umiliata” è un concetto che andrebbe contestualizzato alla situazione di quel preciso momento...».
Come si sente, oggi?
«Mi sento come se fossi caduta in un tritacarne, come spesso mi è accaduto in questi ultimi anni. Ho sempre confidato nella giustizia. Ribadisco: sono contenta che si vada a processo, perché adesso ogni parola pronunciata dovrà essere contro firmata ed ogni accusa nei miei confronti dovrà essere provata. Io non voglio che emerga la “mia” verità. Mi aspetto che i fatti vengano raccontati neldettaglio. Poi ognuno interpreterà la vicenda a piacimento».
L’incarico le è stato tolto…
«Dopo quello che è accaduto ho ben poca voglia di parlare. Il presidente nazionale Andrea Facci mi aveva garantito un contatto chiarificatore prima che mercoledì iniziasse il Consiglio Federale. Ero consapevole che mi venisse tolto l’incarico di Direttrice Tecnica. Un atto dovuto. Come da prassi, il nuovo presidente nazionale ha assunto ad interim la direzione tecnica perché ha il dovere, entro un mese dalla sua elezione, di comunicare al Coni i nomi di tutti i componenti dello staff tecnico che seguirà l’attività delle nazionali sino alle prossime Olimpiadi. È giusto sottolinearlo. Non mi è stato tolto l’incarico a causa del rinvio a giudizio. Essere licenziata anche dall’incarico di allenatrice della nazionale con effetto immediato, invece, è l’ennesima dimostrazione che io sono il capro espiatorio di tutta questa vicenda».