la storia della settimana

Giustizia riparativa la storia di un percorso

L'uscita dal tunnel dell'ex brigatista Franco Bonisoli "C'è sempre una possibile via d'uscita attraverso la restituzione agli altri"

Giustizia riparativa la storia di un percorso
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«Fra la via Emilia ed il West» Guccini vi racchiude quella comunanza d’intenti del territorio, patria del tricolore, modello del cooperativismo, simbolo della resistenza al nazifascismo su cui si sdraia Reggio Emilia. Lì, Franco, classe 1955, vi abita da sempre con la sua famiglia operaia, comunista, generosa come solo gli stenti e l’orgoglio della libertà ritrovata fanno essere. Madre contadina di una terra ad un tempo generosa ed ostile, padre combattente della resistenza, deportato in Germania poi fuggito ai suoi aguzzini, lavora in fabbrica. L’antifascismo si respira a pieni polmoni a casa Bonisoli. Il giovane Franco Bonisoli è uno studente diligente, ma attraversato da un’inquietudine insopprimibile: il senso d’ingiustizia che la guerra del Vietnam trasmette a milioni di giovani nel mondo non gli dà pace, l’imperialismo americano insopportabile, la resistenza dei Viet Cong eroica. Il «che fare?» s’impone come imperativo categorico. Così, l’idealismo giovanile trova il suo percorso naturale, fin dal 1967, nelle scuole frequentate a Reggio Emilia nel movimento studentesco dell’Istituto superiore Secchi, nel gruppo «dell’appartamento», ma anche in «One way» il circolo culturale del dissenso cattolico reggiano nato nel 1968. L’ideale diviene così soverchiante che a 17 anni lo studente modello abbandona la scuola per vivere la fabbrica, tra lo sconforto dei genitori. Minorenne, entra nella federazione dei giovani comunisti della cellula aziendale alla Lombardini Motori e nei metalmeccanici della Cgil, a parziale consolazione della mamma che ricordava che: «in fondo, qui il Partito è un buon partito».

«Ho strappato i documenti, lasciato la ragazza, raccontato la balla dell’Università a Milano ai miei genitori
tanto orgogliosi quanto inconsapevoli»

Il clima politico di quegli anni non dà tregua, tira aria di neofascismo. Nelle sezioni del Pci i vecchi militanti si preoccupano di una svolta autoritaria del movimento sociale. Nei gruppi extraparlamentari molti giovani delusi dall’antifascismo istituzionale, eccitati dal mito dei partigiani, pensano alla reazione possibile. Gli epigoni della liberazione pensano e intanto dissotterrano le armi nascoste dai loro miti dopo il 25 aprile. Franco, insieme ad altri, è espulso dal partito e dal sindacato. Messi ai margini della politica istituzionale, attrattivi per le masse di giovani scoraggiate da un antifascismo che ritengono debole, ansiosi di sovvertire l’ordine costituito che, a loro avviso, ha tradito le promesse della liberazione, nascono come funghi i collettivi a sinistra del Pci. Professano idee radicali: le senti nelle oceaniche assemblee, le leggi affisse nelle bacheche delle librerie dove la stella a cinque punte è in bella mostra ad invocare la dittatura del proletariato. Se ne discute spesso nei capannelli di giovani irrequieti: «Ci si parlava tra tanti, poi alcuni andavano via», ricorda Franco con un’espressione che pare più l’organizzazione di una vacanza che non il grande salto nella clandestinità, nella rinuncia all’identità personale, agli affetti familiari, alle consuetudini; la scelta rivoluzionaria è irrevocabile. Molti non se la sentono, altri, come monaci laici, fanno una scelta esistenziale: sacrificare la vita per la causa in una folle guerra di lunga durata contro lo Stato. La sua clandestinità dura quattro drammatici anni: «Ho strappato i documenti, lasciato la ragazza, raccontato la balla dell’Università a Milano ai miei genitori tanto orgogliosi quanto inconsapevoli», racconta ancora oggi Franco con gli occhi umidi.

Nel 1983 Franco Bonisoli rompe con la lotta armata

Le neonate Br lo mandano a Milano dove c’è bisogno e dove condivide ogni singolo momento: rischi, speranze, dolori e gioie con persone come Alberto Franceschini, Fabrizio Pelli, Giorgio Semeria, tra i primi brigatisti rossi. Poi è la volta di Roma, dove la teoria dell’attacco al cuore dello Stato diventa prassi, fino all’epilogo del sequestro dell’onorevole Aldo Moro. Franco viene arrestato il primo ottobre del 1978 nel covo di via Montenevoso a Milano, lo stesso del ritrovamento del memoriale dello statista. Lo Stato contrasta il terrorismo attraverso il carcere duro di massima sicurezza che, lungi dal provocare l’auspicata dissociazione, sembra invece rafforzare il senso dell’organizzazione che gli uomini e le donne delle Br ridisegnano negli istituti penitenziari. Nelle aule di tribunale dove si pratica il «processo guerriglia», non va meglio: i brigatisti dichiarandosi prigionieri politici, rinunciano alla difesa rivendicando collettivamente la responsabilità di tutte le azioni compiute dall’organizzazione, accogliendo ergastoli comminati da un’autorità che non riconoscono. Per Franco la svolta ha il volto del dottor Surace direttore del nuovo carcere delle Vallette di Torino: apre al dialogo, propone una commissione di rappresentanza dei detenuti, favorisce l’avvicinamento tra uomini e donne, riduce le restrizioni nei colloqui con i parenti, garantisce spazi di socializzazione più ampi. Che si tratti di un’iniziativa estemporanea o di un cambio di strategia nelle politiche carcerarie, certo è che il clima sembra cambiare nei primi anni ottanta, mentre Giuliano Vassalli parla apertamente di amnistia. Queste aperture riducono la durezza delle relazioni all’interno del carcere.
Franco percepisce cambiamenti nella società, ripensa al dolore procurato alla famiglia con la sua scelta ed è assalito dal peso per il danno procurato alle vittime. Le discussioni con Franceschini, tra i fondatori delle Br, attraversato dai medesimi dubbi, lo gettano in una crisi profonda. Nel 1983 Franco Bonisoli rompe con la lotta armata.

Un lungo percorso di risocializzazione e nel 2000 arrivano i primi permessi di uscita per lavoro

La vita dei dissociati, che scatena l’accusa di tradimento e la necessità di una soluzione politica per i detenuti per lotta armata, richiede la ricerca di contatti con il mondo esterno. Le confidenze con don Salvatore Bussu, cappellano di Nuoro, «…un prete con la passione del giornalismo. O forse, un giornalista con la passione per il Vangelo…» e la decisione dello sciopero della fame ad oltranza nel dicembre del 1983 «come i compagni della Raf tedesca», aprono il dibattito pubblico sulle condizioni delle carceri italiane. Un’iniziativa che vede prese di posizione autorevolissime: monsignor Cesare Curioni, ispettore generale dei cappellani carcerari e Carlo Maria Martini, da poco ordinato arcivescovo di Milano, parlano apertamente di «Difesa della dignità umana delle persone detenute». Lo stesso don Bussu rifiuta di celebrare la messa di Natale perché «sette suoi fratelli stavano per morire». Marco Pannella, che Franco, stordito dalla debolezza del digiuno, ricorda come «un’allucinazione nella mia cella», porta la sua ingombrante solidarietà. Il dibattito nel paese induce il Parlamento a riformare l’articolo 90 dell’ordinamento penitenziario, prevedendo l’interruzione del carcere duro anche per i condannati con pene definitive (diverrà nel 1992 il 41 bis). Forti di questo risultato, Franco e gli altri decidono di interrompere lo sciopero il 31 dicembre, comunicando la decisione a monsignor Melis, amato vescovo della diocesi. Quell’esperienza era stato «Il passaggio stretto tra l’inferno ed il purgatorio, consegnandoci un’occasione di riscatto». Malgrado i quattro ergastoli e 105 anni accumulati, la nuova vita di Franco prende l’abbrivio grazie ai benefici della controversa legge sulla dissociazione e delle misure alternative della legge Gozzini, approvata solo nel 1986. Comincia così un lungo percorso di risocializzazione e nel 2000 arrivano i primi permessi di uscita per lavoro. Ci prendevamo «spazio per spazio a piccoli passi», ricorda Franco, mentre elenca l’insieme delle attività che i detenuti avviano nella forma di laboratori all’interno del carcere, contribuendo, tra le altre, anche alla preziosa iniziativa di don Colmegna.

Il rapporto con Arese arriva grazie a don Luigi Melesi cappellano a San Vittore e già direttore del centro salesiano

Il rapporto con Arese arriva grazie a don Luigi Melesi cappellano a San Vittore e già direttore del centro salesiano. Il primo approccio con Massimiliana e Arturo Ballabio della casa-famiglia, i Barabba’s clown di Massimo Giuggioli, la lunga amicizia con don Enrico Perlato, le comunità educative dei ragazzi, il rapporto speciale con don Chiari, sono i tasselli di un lungo percorso che lo porteranno alla vigilia di un’altra svolta nella sua vita: l’incontro con la giustizia riparativa nel 2008. La lettera aperta di Guido Bertagna, Claudia Mazzuccato e Adolfo Ceretti, è un’invocazione affinché si sviluppi l’adozione di una giustizia non attenta solo alla pena, ma anche alla ricostruzione delle relazioni sociali, come insegnano le esperienze internazionali di Sudafrica ed in Ruanda che sostengono la necessità di un incontro tra vittime e responsabili, che non si limiti a risolvere il passato, ma che si occupi del futuro. L’incontro è la parola chiave e Franco raccoglie al volo la proposta con inquietudine e curiosità osservando i primi pionieri come Antonio Iosa, democristiano gambizzato dalle Br, Carole Tarantelli, Giovanni Bachelet, Olga D’Antona che scelgono d’incontrare i responsabili del proprio dolore. «Non volevano che i nostri figli crescessero nel mito dei padri ed i loro nell’odio dei nostri», ricorda Franco le parole di Antonio Iosa. La data che certifica questo percorso è il 7 dicembre 2008 all’auditorium San Fedele dove si costruisce il «primo cerchio». Seguono incontri «clandestini» e poi la dura «tre giorni» ad Entracque dove quindici persone si parlano senza sconti, anche in modo duro, ma soprattutto si ascoltano. Poi tocca a lui specchiarsi con il proprio passato. Accade a Roma, a casa di Agnese Moro, figlia dello statista, che nel 2010 accetta di incontrare Franco Bonisoli. Lui si reca con tre mediatori, una piccola piantina ed una grande inquietudine. Mentre ancora oggi sente nell’orecchio «l’urlo» di Agnese, quel «come avete potuto?» destinato a seguirlo per sempre, ricorda che nel corso dell’incontro lei «voleva soprattutto capire chi ero oggi». La frequentazione ed il tempo fanno il resto. Tra loro si stabilisce un’inimmaginabile confidenza, senza tema di smentita, divengono amici: «il miracolo di Agnese che ora è normale, mi pareva impossibile».
Oggi Franco prosegue la sua intensa attività di testimonianza nelle scuole in collaborazione con le suore Dorotee. Insieme, divulgano le regole della giustizia riparativa a migliaia di ragazzi; «Se ce l’hanno fatta loro ce la puoi fare anche tu» dice una solerte ragazza al compagno di classe al termine di un incontro pubblico. Partecipa a gruppi di lavoro internazionali, segue con attenzione le esperienze sulle aule di mediazione umanistiche alternative alla sospensione scolastica. Mi congeda al termine della nostra estenuante chiacchierata: «Contento di aver trovato questa opportunità che dà un senso alla mia vita. Mi ha confermato che c’è sempre una possibile via d’uscita attraverso la restituzione agli altri». Sull’uscio dell’ufficio del centro Asteria di Milano fa capolino suor Elisabetta Stocchi. Impaziente, ci avverte che il prossimo gruppo di ragazzi già spinge alla porta dell’auditorium.

Giuseppe Augurusa

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