Bersani alla Franco Tosi: «Dopo gli orrori della guerra non basta dire "mai più"»
Ospite d'onore alla commemorazione degli operai deportati a Mauthausen nel gennaio 1944, nel suo intervento ha coniugato storia e attualità.
Pericle Cima, Alberto Giuliani, Carlo Grassi, Francesco Orsini, Angelo Santambrogio, Ernesto Venegoni, Antonio Vitali e Paolo Cattaneo.
Pierluigi Bersani alla commemorazione degli operai deportati
Sono gli operai della Franco Tosi che nel gennaio 1944 furono deportati nel lager di Mauthausen e nei sottocampi. l più giovane, Santambrogio, aveva soltanto 31 anni, il più anziano, Orsini, 62. Morirono tutti, di fame e per le conseguenze di malattie e lavoro forzato, tranne Colombo, che riuscì a fare ritorno ma si tolse la vita un paio d’anni dopo la fine della guerra.
Nella mattinata di ieri, venerdì 19 gennaio, i loro nomi sono risuonati ancora una volta nella fabbrica di piazza del Monumento: a pronunciarli sono stati i colleghi di oggi, il sindaco Lorenzo Radice e i ragazzi delle scuole cittadine (gli istituti superiori Bernocchi, Dell’Acqua e Galilei e la scuola media Tosi). Ospite d’eccezione della manifestazione che ogni anno ricorda il sacrificio di quegli uomini, andata in scena per la prima volta in sala montaggio («Una vera e propria cattedrale del lavoro per Legnano» l’ha definita il sindaco), è stato l'onorevole Pierluigi Bersani, già segretario del Partito democratico, ex ministro e presidente dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Piacenza.
«In questa cattedrale del lavoro no a esercizi di retorica»
Così ha esordito Bersani:
«Io vi ringrazio di avermi invitato in un posto così, in questa cattedrale del lavoro, è una cosa significativa ed emozionante. In un posto così non si possono fare esercizi di retorica, ma si va al dunque. Il dunque oggi per me è rendere omaggio ai martiri della Franco Tosi: noi per tributare l’omaggio a chi ci ha lasciato la vita dobbiamo metterci conoscenza, riflessione e impegno».
«Il ruolo dei lavoratori nella Resistenza al nazifascismo»
L'ex ministro ha poi acceso i riflettori su una vicenda che «non è abbastanza conosciuta e non ha abbastanza storiografia»: il ruolo dei lavoratori nella Resistenza al nazifascismo e nella costruzione di un’Italia nuova.
«È curioso che se ne parli poco perché l’Italia è l’unico posto d’Europa dove i lavoratori hanno avuto un ruolo da protagonisti nella resistenza al nazifascismo e nella lotta di liberazione, ed è questa la ragione particolare che ha portato poi i Costituenti a riconoscere un ruolo peculiare del lavoro nella Costituzione ed è questa la vicenda che ha fatto sì che il lavoro e i lavoratori siano stati protagonisti numero uno del radicamento dei valori costituzionali negli anni successivi alla Liberazione. Non solo per i numeri dei lavoratori che sono stati dentro la lotta partigiana e la resistenza armata, ma innanzitutto per il movimento che si si sviluppò nelle fabbriche - unico caso - già nei primi mesi del 1943, quattro mesi prima del 25 luglio, e nei mesi e negli anni successivi in tanti luoghi, in particolare nel Centro-Nord».
«Rendere l'uomo più umano è un compito di tutti i giorni»
Dopo aver proposto un breve excursus storico e aver ricordato i sindacalisti uccisi e i partigiani licenziati negli anni del Dopoguerra, Bersani si è rivolto a «questi meravigliosi giovani», proponendo loro una riflessione:
«Voi avete raccontato gli orrori dei campi di sterminio nazisti, tra un po’ celebreremo la Giornata della memoria, tutti quanti ripercorreremo queste vergogne - Auschwitz, Mauthausen, i campi di sterminio - poi avremo il 25 Aprile e torneremo a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzema, alle Ardeatine, a Boves, e paese per paese davanti al cippo partigiano vedremo la faccia di un ragazzo di 19, di 20 anni fucilato, ucciso e davanti a queste cose che avete ricordato la prima reazione tra l’impegno e un po’ di ottimismo è “Mai più”. Io sconsiglio di prenderla così: è consolatorio, non è vero “mai più”. In altre forme certo ma sta ancora succedendo nel mondo; ci vuole il coraggio di una riflessione realistica. La violenza, l’aggressività, la volontà di potenza e di dominio, di prevaricazione purtroppo è inestinguibile nelle società e forse anche nel cuore dell’uomo e questo problema non viene risolto dal progresso e dalla storia. Quindi il compito della politica e di tutte le agenzie educative - la famiglia, la scuola, l’arte, la comunicazione - è quello di tenere a bada questa bestia, tutti i giorni, rendere l’uomo più umano, cioè sostanzialmente più capace di vivere in pace con gli altri, che siano simili o diversi».
«No al mito della forza, alla disuguaglianza e alla mistica dello Stato»
Un compito che, ha proseguito Bersani, «dobbiamo immaginare come il compito di tutti i giorni, sapendo che i fatti nascono sempre dalle idee». E allora:
«Chiediamoci quali sono le idee che hanno generato il fascismo, il nazifascismo, gli orrori. La prima è il mito della forza, della violenza e delle armi, fino a coltivare un desiderio di guerra. La seconda è la disuguaglianza tra gli esseri umani come valore, come criterio, l’idea che le differenze sono delle disuguaglianze, l’idea che qualcuno valga più di un altro o come si dice adesso che sia più normale di un altro: questa idea porta al “capro espiatorio”. La terza è un’idea astratta, mistica, dello Stato e della nazione, con un capo che non deve avere niente di mezzo nel suo rapporto con il popolo e che via via taglia i confini tra i diversi poteri - legislativo, esecutivo, giudiziario - perché tende a riassumerli in un potere solo».
Il corteo per le vie della città e il discorso conclusivo al Monumentale
La cerimonia si è chiusa con la posa delle corone di alloro al monumento ai deportati che sorge all'ingresso della fabbrica. A seguire il corteo per le vie cittadine per rendere omaggio al monumento ai caduti della guerra di Liberazione e poi al Campo della gloria al Cimitero Monumentale, dove il presidente dell'Anpi Legnano Primo Minelli ha tenuto il discorso conclusivo.
Bersani alla Franco Tosi: «Dopo gli orrori della guerra non basta dire "mai più"»
Bersani alla Franco Tosi: «Dopo gli orrori della guerra non basta dire "mai più"»