Dissenso e partecipazione

Rifondazione Comunista: «Le proteste vanno ascoltate e non represse»

Il Circolo cittadino contesta la ricostruzione del caso Carlo Giuliani al G8 di Genova proposta dal sindaco Lorenzo Radice e chiede di affrontare le cause del disagio giovanile, ripensando anche al modello di sviluppo di Legnano.

Rifondazione Comunista: «Le proteste vanno ascoltate e non represse»
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Le proteste giovanili vanno ascoltate, non represse, e le ragioni del dissenso non possono essere liquidate senza interrogarsi sulle cause del malcontento. È la posizione del Circolo di Legnano di Rifondazione Comunista, che interviene nel dibattito seguito alle manifestazioni studentesche e alle parole del sindaco Lorenzo Radice sui fatti del G8 di Genova del 2001, richiamando in particolare la vicenda di Carlo Giuliani.

Rifondazione Comunista: «Il dissenso va ascoltato»

Il Circolo esprime il proprio sostegno alle mobilitazioni giovanili, nate dalla volontà di contrastare le ingiustizie e costruire un futuro diverso.

«Di fronte a una generazione che non accetta precarietà, disuguaglianze e un modello di sviluppo che sacrifica diritti sociali e ambiente in nome del profitto, la risposta non può essere la delegittimazione del dissenso, ma la capacità di comprenderne le ragioni e di dare spazio alle richieste di cambiamento».

Da qui la contestazione delle parole del sindaco sul G8 di Genova:

«Per questo riteniamo necessario rettificare le parole del sindaco di Legnano quando, richiamando i fatti del G8 di Genova del 2001, fa riferimento al lancio dell’estintore da parte di Carlo Giuliani. Una ricostruzione che rischia di capovolgere la sequenza dei fatti e di cancellare il contesto in cui quella tragedia maturò. Carlo Giuliani fu ucciso da un colpo d’arma da fuoco esploso da un carabiniere mentre si trovava nei pressi del mezzo dei Carabinieri; l’estintore fu raccolto dopo che l’arma che l’avrebbe ucciso era già stata estratta e puntata contro i manifestanti, come ricostruito in sede giudiziaria, e non venne mai lanciato. Strumentalmente la morte di Carlo venne ridotta a un’immagine isolata, utilizzata per liquidare un’intera stagione di mobilitazione e le ragioni politiche e sociali che la animarono».

Rifondazione Comunista richiama anche quanto accaduto durante il vertice del luglio 2001:

«A Genova, nel luglio 2001, si consumarono episodi di violenza delle forze dell’ordine di una gravità inaudita, che non possono essere giustificati né minimizzati. L’irruzione nella scuola Diaz si trasformò in una brutale aggressione contro le persone presenti, con numerosi feriti e violenze che la magistratura ha successivamente accertato. Nella caserma di Bolzaneto furono inflitti ai manifestanti trattamenti inumani e degradanti, accompagnati da abusi e umiliazioni. Non si trattò di semplici eccessi marginali, ma di fatti gravissimi che segnarono profondamente la storia democratica del nostro Paese».

«Non si possono giudicare le conseguenze senza interrogarsi sulle cause»

Secondo il Circolo, il movimento di protesta non si esaurì con i fatti di Genova, ma continuò negli anni successivi ad alimentare il dibattito sulla globalizzazione, sulla guerra, sui diritti e sulla necessità di un modello economico e sociale alternativo.

«Pensare di spiegare la fine di quella stagione attraverso un singolo episodio significa ignorare la complessità della storia e le responsabilità di chi, anziché confrontarsi con le ragioni del dissenso, scelse la repressione».

Rifondazione Comunista Legnano collega quindi quelle vicende al disagio attuale delle nuove generazioni.

«Oggi il contesto è diverso, ma riaffiorano questioni che non possono essere ignorate: il disagio di più generazioni, la mancanza di prospettive, la precarietà del lavoro, le disuguaglianze e la crescente insostenibilità di un modello di sviluppo che produce esclusione e impoverisce i territori. Se le proteste sono arrivate a esprimersi in forme così radicali, le domande devono essere rivolte innanzitutto a chi ha contribuito a determinare questo distacco sociale. A partire dal Governo in carica e dai governi che lo hanno preceduto, che con le loro politiche hanno alimentato precarietà, disuguaglianze e sfiducia nelle istituzioni. Ma le domande devono riguardare anche chi, all’opposizione, non è riuscito a intercettare questo malessere, a costruire un rapporto con le nuove generazioni e a trasformare la rabbia in partecipazione, organizzazione e prospettiva politica».

La posizione del Circolo è netta:

«Non si può pretendere di giudicare le conseguenze senza interrogarsi sulle cause. Il malcontento va compreso, ascoltato e trasformato in partecipazione consapevole e organizzazione collettiva. Questo non significa giustificare qualsiasi comportamento, ma riconoscere che la repressione e la criminalizzazione del dissenso non risolvono le contraddizioni sociali: rischiano, al contrario, di aggravare la distanza tra istituzioni e cittadini».

Il confronto con Radice e il modello di sviluppo della città

Pur apprezzando l’apertura al dialogo espressa dal sindaco, Rifondazione Comunista contesta la ricostruzione dei fatti storici proposta da Radice.

«Pur apprezzando lo spirito di dialogo espresso dal Sindaco, riteniamo pericoloso raccontare i fatti storici in modo parziale o travisato. Il dialogo autentico richiede rispetto della verità, della memoria e delle ragioni di chi protesta».

Il Circolo cittadino si sposta infine sulle scelte locali e sul futuro della città.

«Anche a livello locale dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda fondamentale: quale futuro vogliamo costruire per la nostra città? Se vogliamo davvero un altro mondo, dobbiamo mettere in discussione anche il modello di sviluppo del nostro territorio. Non possiamo parlare di cambiamento mentre continuiamo a consumare suolo, a subordinare le scelte urbanistiche alla logica del profitto e a ignorare le conseguenze ambientali e sociali delle decisioni politiche».

Rifondazione Comunista conclude:

«Le proteste giovanili non sono un problema da reprimere, ma un segnale da comprendere. La sfida della politica è raccoglierne le istanze, aprire spazi di partecipazione e costruire alternative concrete. La storia di Genova ci ricorda quanto possa essere pericoloso reprimere il dissenso e quanto sia necessario difendere il diritto di manifestare, senza ambiguità e senza manipolazioni della memoria. Perché il cambiamento non nasce dal silenzio imposto, ma dalla capacità collettiva di immaginare e realizzare una società più giusta, solidale ed ecologicamente sostenibile».