3 ottobre

Radice da Lampedusa: «L’integrazione avviene nelle città, dove i migranti ritornano persone»

Il primo cittadino ha partecipato alle commemorazioni del naufragio del 2013 e al dibattito sulla gestione delle migrazioni: «L’integrazione accade nelle città». Poi il racconto personale dell’incontro con un sopravvissuto.

Radice da Lampedusa: «L’integrazione avviene nelle città, dove i migranti ritornano persone»

«Prima vengono sempre le persone». È il messaggio che il sindaco di Legnano Lorenzo Radice ha portato a Lampedusa in occasione delle commemorazioni del 3 ottobre, giornata dedicata alla memoria delle vittime del naufragio del 2013 (che costò la vita a 368 migranti).

Il messaggio del sindaco Radice da Lampedusa

Radice ha partecipato al momento di ricordo e alla deposizione della corona di fiori in mare con le autorità, dopo essere intervenuto la sera precedente al dibattito «Lampedusa, un crocevia del dialogo multilaterale», nell’ambito della Giornata della memoria e dell’accoglienza.  Al centro del suo intervento una proposta di cambio di prospettiva: non considerare l’integrazione come il punto conclusivo delle politiche sull’immigrazione, ma come il punto da cui partire.

«Nelle città le persone ritornano persone»

Dichiara Radice:

«A Lampedusa, nel luogo che più di ogni altro ci ricorda cosa significa attraversare il Mediterraneo, ho portato una convinzione: nelle città le persone ritornano persone smettendo di essere soltanto migranti, extracomunitari o richiedenti asilo. Nelle città diventano ragazzi che vanno a scuola, giocano a calcio, imparano un mestiere, fanno volontariato. Persone con un nome, una storia, delle capacità e un futuro. Per questo credo che dobbiamo cambiare prospettiva. Fino a oggi abbiamo affrontato la questione immigrazione in questa sequenza: controllo, accoglienza e integrazione. Con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi: morti in mare e integrazione, in tanti casi, estremamente complessa. Allora proviamo a seguire una sequenza diversa: integrazione, accoglienza, e controllo. Questo non significa rinunciare al controllo delle frontiere; significa, piuttosto, partire dalle persone, dalla scuola, dalla formazione, dalle competenze, dalle relazioni e dalle opportunità, ossia da quello che produce realmente integrazione. Questo non significa spalancare senza alcun controllo le porte, ma richiede di aprire canali regolari di ingresso. È il Patto europeo per il Mediterraneo che parla in modo esplicito di “Talent Partnerships”, ossia di mettere in relazione la formazione e le competenze dei giovani delle due sponde del mare con i fabbisogni delle nostre imprese. La realtà è che sul nostro territorio ci sono aziende che cercano persone e competenze e che dall’altra parte del Mediterraneo ci sono giovani che cercano opportunità. Qui deve giocare il suo ruolo la politica, facendo in modo che questi bisogni si incontrino legalmente, in sicurezza e costruendo insieme un percorso di formazione, lavoro e integrazione. Perché se l’Europa può governare le frontiere e gli Stati possono definire le regole, l’integrazione accade nelle città. Forse è proprio questo che Lampedusa ci chiede: cambiare la nostra visione sull’immigrazione, fino a oggi vissuta esclusivamente come un problema da governare. Prima vengono sempre le persone». 

«È un lavoro politico e umano»

Il tema della memoria e quello dell’impegno nelle città si sono intrecciati anche nel messaggio pubblicato da Radice sui social al termine della giornata del 3 ottobre. Il sindaco ha ricordato il lavoro avviato a Legnano con gli studenti delle scuole superiori e la necessità di andare oltre stereotipi e semplificazioni.

«Anche quest’anno ho preso parte alle commemorazioni a Lampedusa nella giornata del 3 ottobre. È un lavoro politico e umano che stiamo facendo a Legnano con i ragazzi e le ragazze delle scuole superiori. È un percorso paziente che aiuta a sentire col cuore, oltre che con le orecchie; a vedere e parlare con chi su quelle barche ci è salito davvero, con chi con queste persone lavora tutti i giorni, per andare oltre le narrazioni semplicistiche e gli stereotipi. Restiamo umani e non addormentiamoci nella banalità del male!». 

A Lampedusa, infatti, Radice ha incontrato anche gli studenti legnanesi impegnati nelle iniziative della Giornata della memoria e dell’accoglienza. La delegazione cittadina ha partecipato a workshop, testimonianze e momenti di confronto sul tema delle migrazioni.

«La cosa più importante è nell’unica foto che non c’è»

Ma è soprattutto un incontro personale, avvenuto lontano dal palco e dalle cerimonie, a occupare il racconto del sindaco nel secondo post pubblicato dopo la commemorazione. Radice racconta di avere incontrato un giovane eritreo sopravvissuto al naufragio del 3 ottobre 2013, seduto da solo sotto un albero dopo le testimonianze davanti agli studenti.

«La cosa più importante che riporto da Lampedusa è nell’unica foto che non c’è. E non si vedrà. È la foto di un ragazzo eritreo, sopravvissuto al naufragio di 13 anni fa. Ieri, alla fine delle testimonianze di quel 3 ottobre 2013, davanti a 600 studenti era seduto da solo, sotto un albero. E piangeva. Piangeva e piangeva. Mi sono avvicinato. L’ho abbracciato. Non c’erano fotocamere. Non c’era un palco. C’era soltanto un uomo che portava ancora dentro di sé il peso di quella notte. E un altro uomo che, per qualche minuto, ha potuto soltanto stargli accanto».

Un’immagine che, nel racconto del sindaco, diventa il simbolo più concreto di una giornata costruita attorno alla memoria. Radice prosegue raccontando il momento davanti alla croce, gli incontri con rappresentanti di Unhcr, Oim, Unicef e Nazioni Unite e la richiesta di riportare la politica al centro del tema delle migrazioni.

«Quest’anno a Lampedusa mi sono inginocchiato davanti alla croce sotto cui restano le ossa dei bambini e delle madri che non ce l’hanno fatta. Ho preso tra le mani un pugno di quella terra e l’ho lasciata scorrere tra le dita, per il tempo di una preghiera. Ho dialogato sul palco e in privato con rappresentanti di Unhcr, Oim, Unicef e Nazioni Unite. Ho visto il cancello dell’hotspot aprirsi davanti alle insistenze di volontari e attivisti e due generazioni di sopravvissuti abbracciarsi. I salvati di ieri e quelli di 13 anni fa. Ma ho anche denunciato un’assenza: sul palco mentre parlavo le sedie erano piene di istituzioni. Mancavano i nostri governanti. La politica deve tornare a occuparsi di queste vite, costruire canali di migrazione legali e sicuri, alternative alle rotte della disperazione. Non possiamo continuare a ignorare questo male né nascondere le nostre coscienze dietro il mantra della sicurezza». 

«Da Lampedusa torno anche con speranza»

Nel finale del suo messaggio, Radice lega l’esperienza vissuta sull’isola al percorso avviato a Legnano con le scuole, sottolineando il ruolo dei ragazzi nel mantenere aperta la riflessione sul tema.

«Eppure da Lampedusa torno anche con speranza. Perché ho parlato con le ragazze e i ragazzi delle nostre scuole superiori. Li ho sentiti pieni di voglia di conoscere, studiare, capire e soprattutto agire. Di cambiare quello che noi adulti sembriamo non avere più il coraggio di cambiare. Stamattina il cardinale Zuppi ci ha consegnato una frase di Papa Francesco: “Soltanto piangendo si vede bene”. A Lampedusa oggi abbiamo pianto. Ma da qui ripartiamo. Con lo sguardo pulito. Perché quando lo sguardo si ripulisce, dietro le parole migranti, sbarchi, flussi, frontiere tornano a comparire le persone. Con un nome. Una storia. Un dolore. Un futuro».

 

Nella foto di copertina: il sindaco di Legnano Lorenzo Radice a Lampedusa con gli studenti arrivati sull’isola per partecipare alle celebrazioni della Giornata della memoria e dell’accoglienza