Chi valuta un rientro in Italia dopo un periodo di lavoro all’estero si imbatte quasi sempre nella stessa domanda: il regime impatriati 2026 conviene ancora, e a quali condizioni? La risposta parte da un dato che in pochi conoscono: la disciplina in vigore dal 2024 non ha subito modifiche per l’anno in corso, ma resta più selettiva rispetto alla versione precedente, con requisiti che vanno verificati con attenzione prima di organizzare il trasferimento.
Cos’è il regime impatriati e a chi si rivolge
Il regime impatriati è l’agevolazione fiscale pensata per chi trasferisce la residenza in Italia dopo aver lavorato all’estero, disciplinata dall’articolo 5 del decreto legislativo 209 del 2023 e applicabile a chi rientra dal periodo d’imposta 2024. La misura riduce l’imponibile dei redditi di lavoro dipendente, assimilato e autonomo prodotti in Italia, lasciando fuori dalla tassazione ordinaria una parte consistente dello stipendio o del compenso professionale. Si rivolge a lavoratori dipendenti, autonomi e liberi professionisti che possiedono i requisiti previsti dalla norma, non a chi semplicemente sposta la residenza senza avviare un’attività lavorativa collegata al rientro.
I requisiti per accedere al regime impatriati nel 2026
Per accedere al regime nel 2026 valgono gli stessi requisiti fissati dalla riforma del 2023, senza eccezioni introdotte per l’anno in corso. Il lavoratore non deve essere stato fiscalmente residente in Italia nei tre periodi d’imposta precedenti il trasferimento, soglia che sale a sei o sette periodi quando il rientro avviene alle dipendenze dello stesso datore di lavoro o di un soggetto del medesimo gruppo per cui si lavorava all’estero. È inoltre richiesto il possesso dei requisiti di elevata qualificazione o specializzazione previsti dai decreti legislativi 108 del 2012 e 206 del 2007, una condizione più stringente rispetto al passato. L’attività lavorativa, infine, va svolta per la maggior parte del periodo d’imposta nel territorio dello Stato.
Quanto dura l’agevolazione e come si calcola il periodo
L’agevolazione decorre dal periodo d’imposta in cui avviene il trasferimento della residenza e si applica per i quattro periodi d’imposta successivi, per una durata complessiva di cinque anni. Non è prevista alcuna proroga oltre questo arco temporale: chi ha impostato la propria pianificazione fiscale contando su un’estensione resterà deluso, perché la disciplina attuale ha eliminato questa possibilità rispetto al regime precedente. Fa eccezione solo una platea ristretta di contribuenti che hanno trasferito la residenza anagrafica nel 2024 e acquistato un’abitazione principale in Italia, ai quali spettano tre periodi d’imposta aggiuntivi.
Il vincolo di permanenza in Italia e cosa comporta la sua violazione
Accedere al regime comporta un impegno preciso: mantenere la residenza fiscale in Italia per almeno quattro anni. Chi rientra e poi trasferisce nuovamente la residenza all’estero prima di questo termine decade dal beneficio, con conseguente recupero da parte dell’Agenzia delle Entrate delle imposte non versate negli anni di applicazione del regime, maggiorati dei soli interessi. Non si tratta di una clausola marginale: la valutazione del proprio orizzonte professionale e personale nei quattro anni successivi al rientro dovrebbe far parte della decisione fin dall’inizio, non essere lasciata a un ripensamento successivo. Un progetto professionale che prevede un nuovo trasferimento a breve termine rende il regime meno conveniente di quanto sembri sulla carta.
Rientro dei cervelli: cosa è cambiato rispetto alla versione precedente
Il regime attuale ha sostituito quello introdotto nel 2015 e più volte modificato negli anni successivi, che prevedeva un’esenzione del 70% del reddito, elevata al 90% per chi trasferiva la residenza in alcune regioni del Mezzogiorno. Bastavano due periodi d’imposta di non residenza pregressa e un impegno a restare in Italia per altrettanti due anni, requisiti decisamente meno selettivi di quelli odierni. La vecchia disciplina consentiva anche, a determinate condizioni, di prolungare i benefici oltre il quinquennio iniziale. La riforma del 2023 ha abbassato le percentuali di esenzione, introdotto un tetto di reddito agevolabile di 600.000 euro e reso più severi i requisiti di accesso, eliminando ogni possibilità di proroga.
Gli adempimenti da gestire al rientro
Chi soddisfa i requisiti deve attivarsi con alcuni adempimenti pratici prima ancora di godere del beneficio in busta paga o in dichiarazione. Il lavoratore dipendente comunica formalmente al proprio datore di lavoro la volontà di accedere al regime, mentre chi non riceve l’agevolazione tramite il sostituto d’imposta può comunque applicarla direttamente nella dichiarazione dei redditi. Parallelamente vanno gestite la cancellazione dall’anagrafe del Comune di provenienza e l’iscrizione all’AIRE, oltre alla verifica dei requisiti di residenza fiscale ai sensi dell’articolo 2 del TUIR. Per orientarsi tra questi passaggi, professionisti come Studio Tibaldo seguono da anni casi di trasferimento fiscale internazionale legati proprio a questo tipo di rientro.
Regime impatriati: i punti da verificare prima del trasferimento
Prima di organizzare il trasferimento, conviene quindi verificare tre elementi in sequenza: il possesso dei requisiti di qualificazione richiesti dalla norma, il rispetto dei periodi minimi di non residenza pregressa e la reale sostenibilità dell’impegno a restare in Italia per almeno quattro anni. La pagina dedicata dell’Agenzia delle Entrate al nuovo regime riepiloga condizioni e casi di decadenza in modo aggiornato. Ogni situazione personale merita comunque una valutazione preventiva specifica, che tenga conto della storia lavorativa e delle intenzioni di permanenza del singolo contribuente.