Un presunto sistema di ingresso illecito in Italia dietro corposo pagamento, che faceva figurare gli immigrati come nuovi lavoratori per un’impresa edile di proprietà della persona a capo del sistema.
Gestivano una rete per l’immigrazione clandestina: due arrestati
Questo quanto hanno smantellato la Polizia di Stato coordinata dalla Procura della Repubblica di Milano che nella mattinata di oggi, mercoledì 10 maggio, ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di due cittadini di origine egiziana – uno di questi divenuto cittadino italiano – di 40 e 46 anni, ritenuti responsabili di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato in concorso.
Contestualmente, è stata eseguita una misura cautelare di obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e tre decreti di perquisizione delegata nei confronti di quattro persone – tra cui la moglie di uno dei due arrestati – tutti indagati per il medesimo reato.
L’indagine, condotta dalla Sezione Antiterrorismo della D.I.G.O.S. di Milano in stretta sinergia con la Direzione Centrale Polizia di Prevenzione – Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Esterno, è partota dall’intensificazione dell’attività di monitoraggio degli ambienti estremisti di matrice religiosa impressa dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023, nel cui ambito è emerso all’attenzione il principale indagato, già noto poiché facente parte degli ambienti della Fratellanza Musulmana nonché impegnato nelle iniziative di piazza e di raccolta fondi a sostegno del popolo palestinese.
Il sistema illecito
Gli ulteriori approfondimenti investigativi hanno consentito di riscontrare che lo stesso, avvalendosi dell’azienda edile gestita in società con il secondo arrestato, nonché in concorso con gli altri sodali, approfittando del cosiddetto “Decreto Flussi” di volta in volta emanato, in maniera sistematica e organizzata, procurava illegalmente l’ingresso nel territorio nazionale di cittadini stranieri, provenienti perlopiù dal nord-Africa, attestando credenziali in maniera fraudolenta nonché, successivamente, favorendone la permanenza nel territorio nazionale e l’ottenimento del titolo di soggiorno, il tutto dietro richiesta di denaro.
Il meccanismo operativo
In particolare, l’indagine – condotta anche mediante una certosina attività di ricostruzione delle pratiche di soggiorno svolta anche con l’ausilio di personale specializzato dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Milano, al cui esito sono state rilevate anomalie su diverse decine di posizioni – ha consentito di riscontrare un preciso schema operativo, ormai consolidato, attuato a vario titolo da tutti gli indagati, che si snodava attraverso i seguenti passaggi:
· previo pagamento, richiesta nominativa dello straniero attestato all’Estero per farlo giungere sul territorio nazionale – cosiddetto “nulla osta all’ingresso” funzionale all’ottenimento del visto – per lavorare, fittiziamente o comunque per un periodo limitato strumentale all’ottenimento del soggiorno, presso la società gestita dai due arrestati o altre, preventivamente individuate;
· assistenza all’interessato, sempre dietro compenso in denaro, nelle varie esigenze amministrative, fornendo fittizie certificazioni e attestazioni di ospitalità, quasi sempre non veritiere, funzionali al buon esito della regolarizzazione sul territorio nazionale dello straniero, al quale, non di rado, veniva anche chiesto di pagare il datore di lavoro per il versamento dei contributi;
· ottenuto il titolo di soggiorno, i predetti stranieri/lavoratori venivano immediatamente “invitati”, in maniera anche insistente, a licenziarsi, condizione di fatto necessaria per consentire agli indagati di ottenere nuovi “dipendenti/clienti”, poiché ciascuna società, in base alla normativa, ha un limite massimo di dipendenti da poter inserire, individuato sulla base del volume d’affari della ditta stessa.
Le valutazioni del GIP
L’intero compendio investigativo acquisito è stato condiviso e valorizzato dal G.I.P. nell’ordinanza che dispone le tre misure cautelari, che sottolinea la marcata finalità di lucro – specie in capo al principale indagato che, oltre a chiedere soldi a “fondo perduto” prima di giungere sul territorio nazionale, non esitava a speculare anche sui parenti più prossimi – nonché il concreto rischio di reiterazione del reato, atteso che in particolare i due arrestati avevano addirittura manifestato l’intenzione di “espandere” l’attività sfruttando appieno tutti gli spiragli offerti dalla normativa.