IL PROCESSO

Omicidio Ravasio, parlano i testimoni della difesa Benedito: “Lui soggiogato dalla madre per un vincolo di sangue”

Carrellata di testimonianze, compresa quella del figlio della mantide Igor, nella mattinata di oggi davanti alla Corte d'Assise del Tribunale di Busto Arsizio nell'ambito del processo per l'omicidio del parabiaghese Fabio Ravasio

Omicidio Ravasio, parlano i testimoni della difesa Benedito: “Lui soggiogato dalla madre per un vincolo di sangue”

Una carrellata di testimonianze ha scandito l’udienza andata in scena nella mattinata di oggi, lunedì 9 febbraio, davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Busto Arsizio nell’ambito del processo che intende fare luce sulla morte di Fabio Ravasio, travolto da un’auto mentre era in sella alla propria bicicletta tra Casorezzo e Parabiago il 9 agosto 2024.

Adilma Pereira Carneiro e il figlio Igor Benedito, accusati della morte di Fabio Ravasio

Parola alla consulente di Igor Benedito, figlio della mantide

La prima testimonianza ha riguardato Maria Teresa Ferla, consulente di parte di Igor Benedito, figlio di Adilma Pereira Carneiro, la compagna di Ravasio (ritenuta dall’accusa la mente dell’uccisione del 52enne parabiaghese), che aveva ammesso di aver guidato l’auto killer sotto ricatto nel corso di un’udienza svoltasi nel luglio scorso. Una tesi, questa, che è stata portata avanti anche stamane, quando Ferla ha fatto riferimento al fatto che Igor, affetto da un disturbo di personalità definita dipendente, “è stato soggiogato dalle volontà altrui e in particolare quelle della madre”, nella commissione del delitto. La stessa ha infatti parlato di un vero e proprio “Matrimonio di sangue, che sarebbe venuto meno, qualora Benedito si fosse sottratto allo svolgimento del compito dato”. Un legame che avrebbe potuto perdersi, qualora non fosse stato seguito dai fatti, perdendo la possibilità di intervenire sulla famiglia e sui fratelli. Dal punto di vista economico, ha sostenuto sempre Ferla, “Mi è stata descritta una situazione economica senza particolari criticità e non si è fatto riferimento alla necessità da parte dell’imputato di avere ulteriori beni economici. Insomma, era una vita molto agiata quella che si era sviluppata attorno a lui negli ultimi anni”.

La testimonianza dei vicini di casa di Adilma

Ad intervenire in aula sono stati anche i fratelli Simone e Samuele Magistrelli, vicini di casa della Pereira e che hanno assistito ai momenti di disperazione pochi istanti dopo il presunto omicidio. I due hanno raccontato di aver visto la brasiliana “per strada in preda all’agitazione, mentre parlava ad alta voce e cercava aiuto”. Una volta avvicinatisi, Adilma ha chiesto loro un passaggio in direzione del pronto soccorso dove, a suo dire, era appena stato trasportato Fabio a seguito di un grave incidente stradale. Visto che i Magistrelli non avevano né macchina né patente, sono stati proprio loro a rivolgersi a un altro vicino, Gianfranco Croce, per ottenere il passaggio richiesto.

Altri esami dei testimoni

Spazio poi alle testimonianze dei rappresentanti delle Forze dell’Ordine, che in quel tragico 9 agosto sono stati coinvolti nelle operazioni di soccorso e sentiti dai carabinieri proprio a seguito della morte di Ravasio. L’appuntato dei carabinieri Alessandro Mazzella, per esempio, ha respinto la versione fornita in precedenza dalla mantide, che aveva accusato un altro degli imputati, l’amante Massimo Ferretti, di essere una figura capace di incutere paura per via delle cattive frequentazioni all’interno del bar  di sua proprietà e le conoscenze tra le Forze dell’ordine e che quindi sarebbe stato più difficile incolpare per l’omicidio stesso.  “Ferretti aveva un titolo di polizia, non incuteva paura. Anzi, ha collaborato durante le fasi del fermo”, ha detto Mazzella. Marco Letta, vicecomandante della Polizia Locale Parabiago, ha affermato: “Conosco Ferretti da più di 30 anni. Ero cliente del bar che frequentavo soprattutto nel weekend. La sua attività non era mai attenzionata dal nostro comando per ragioni legate allo spaccio e, sempre su Ferretti, ha aggiunto, “Non mi risulta che era un boss, nessuno poteva avere paura di lui.  E’ vero però che l’ho visto molto cambiato nel corso degli anni, anche dal punto di vista della gestione del suo locale”.

“Disabilitati alcuni accessi ai sistemi di informatica e telecamere a Parabiago”

Un ulteriore dettaglio è stato poi fornito da una dipendente di una società che eroga servizi di informatica e videosorveglianza al Comune, Barbara Grimi, che ha spiegato come: “il comandante della Polizia Locale parabiaghese mi ha chiesto di limitare solo ad alcuni ufficiali il sistema legato alle telecamere e alla lettura targhe. Anche il vigile Andrea Conti,  indagato per aver fornito informazioni sulle riprese nel tratto in cui si è consumata la tragedia al confine con Casorezzo, si è visto negare questa facoltà. Sentito inoltre Alessandro Galbiati, pensionato e consulente, con cui la mantide aveva firmato un compromesso per la vendita degli spazi di un immobile di via De Gasperi in cui la brasiliana aveva collocato i suoi cani. Il rogito di questa operazione, tuttavia, non si è mai concretizzato, poiché lei non si è mai presentata.

L’ultima testimonianza dell’udienza di stamane

L’ultima testimonianza della mattinata ha coinciso con le parole di un parente nonché frequentatore del bar di Ferretti. “Con la compagnia di amici abbiamo sempre frequentato il bar di Ravello gestito da Massimo. Bar che negli ultimi tempi era un po’ più trascurato e che aveva fatto sì che noi cambiassimo luogo di ritrovo. Durante la frequentazione con Adilma, lui era distratto e il bar spesso chiuso inaspettatamente”. Infine un aneddoto: “Ero interessato a cercare casa a Ravello e Adilma, che avevo conosciuto nel locale, mi propose di acquistare la villa in cui viveva. Alla fine non l’ho comprata, in quanto il costo era eccessivo, ma mi sono sentito sotto pressione durante la trattativa e ho avuto una brutta sensazione. A fronte di un costo di 400mila euro, avrei infatti dovuto dare una risposta entro 24 ore”.