Giorno della Memoria

Veltroni alla Tosi: “Libertà a rischio, il tempo del disinteresse è finito”

L'ex vicepremier è stato l'oratore ufficiale della commemorazione dei dipendenti deportati a Mauthausen nel gennaio 1944.

Veltroni alla Tosi: “Libertà a rischio, il tempo del disinteresse è finito”

“Un passaggio di testimone, ma senza polvere. Perché non stiamo parlando di qualcosa che appartiene a un passato lontano, ma di qualcosa che è davanti a noi e rischia di essere nel nostro futuro: guerre, dittature, limitazioni della libertà”. Con queste parole, pronunciate nella mattina di oggi, martedì 27 gennaio, alla Franco Tosi di Legnano, Walter Veltroni, già parlamentare, ministro e vicepremier, si è rivolto ai giovani che hanno preso parte all’annuale commemorazione dei dipendenti della storica fabbrica che nel gennaio 1944 furono deportati nel lager di Mauthausen.

Veltroni alla Tosi per la commemorazione dei deportati del 1944

I loro nomi sono risuonati ancora nella sala montaggio, dove si è svolta la cerimonia alla quale hanno preso parti i sindaci e altri amministratori del territorio, l’Rsu, le sezioni locali dell’Anpi e gli studenti di alcune scuole cittadine: la media Dante Alighieri, l’Isis Bernocchi, il liceo Galilei e lo Ial. Paolo Cattaneo, tornitore (commissione interna); Antonio Vitali, tubista (commissione interna); Ernesto Luigi Venegoni, meccanico di precisione (commissione interna); Angelo Santambrogio, fresatore (commissione interna e comandante militare del gruppo clandestino in fabbrica); Pericle Cima, ingegnere meccanico; Alberto Giuliani, perito tecnico; Francesco Orsini, tornitore: Carlo Grassi, tubista. Tutti scomparvero nell’inferno del lager, tranne Cattaneo (che riuscì a fare ritorno ma si tolse la vita un paio d’anni dopo la fine della guerra, ndr).

“Democrazia e libertà sono eccezioni: oggi deve suonare una sveglia”

Veltroni ha poi proseguito, sempre rivolto ai giovani:

“È per voi ragazzi della Dante Alighieri, del Bernocchi, del Galilei che oggi siamo qui. Per trasmettere il senso di quello che è accaduto e anche per far capire che non stiamo parlando del passato, stiamo parlando di oggi. Voi crescete di ansia e paura, vivete al cospetto del ritorno della guerra. Le persone che qui hanno manifestato quel giorno di gennaio lo facevano per difendere i loro diritti, e per conquistarne di nuovi. Lo facevano quando era proibito: era proibito scioperare, protestare, parlare, persino respirare. E quelle persone lo fecero con il coraggio della coscienza, sapendo che andavano incontro a rischi, magari non mettendo in conto quell’esito drammatico. In quel giorno da incubo furono fermati in 92. Quelle persone, quei lavoratori, tubisti per larga parte, un ingegnere, sapevano di rischiare nel difendere i diritti di chi lavorava, ma in quel rischio c’era appunto l’espressione della coscienza, c’era il rifiuto di dire a se stessi che l’unico rimedio per affrontare una dittatura sia il voltarsi dall’altra parte. Vedete, noi ci siamo abituati a considerare fisiologica la libertà, perché per fortuna abbiamo conosciuto solo libertà e pace, almeno in questa parte del mondo, e quindi almeno fino a oggi abbiamo ritenuto che fosse una condizione quasi naturale. Mio padre, che era del 1918, era nato in un tempo in cui era naturale la dittatura. La democrazia e la libertà non sono naturali, ma un’eccezione nella storia umana, che è fatta prevalentemente di sistemi autocratici, monarchie, dittature. Noi ci siamo arrivati attraverso un percorso molto faticoso e doloroso. Oggi se si dice a un ragazzo che nel 1975 in Spagna venivano passati per la garrota coloro che non la pensavano come il regime può apparire un’affermazione marziana, ma è quanto succedeva quando noi eravamo ragazzi, non nella notte dei tempi. La libertà e la democrazia non sono più scontate e dunque la Giornata della Memoria di questo 2026  non è solo un luogo di ricordo e di omaggio doveroso alle persone che sono cadute. Oggi deve suonare una sveglia, perché c’è un nuovo allarme con il quale dobbiamo fare i conti”.

L’allarme di nuove dittature. Che Veltroni ha dipinto così:

“Che cosa fanno le dittature? Mettono a tutti una camicia dello stesso colore e impediscono di pensare, bruciano i libri, sequestrano e mandano al confino le persone che si permettono di avere dei dubbi. Voi avete letto dei nomi che le persone che sono qui ormai conoscono, ma proviamo a mettere in quei nomi una vita, una vita come la nostra; erano prevalentemente persone di 30 anni, gente che faticava, che lavorava e a cui probabilmente lo spirito di quel tempo avrebbe consigliato di farsi gli affari propri, l’espressione più orrenda che esista al mondo, perché gli affari di una società ci riguardano tutti, perché il nostro destino può essere compromesso dalla nostra indifferenza. La guerra è uno schifo, è un orrore sempre, è la naturale prosecuzione delle dittature; dittatura e guerra sono la stessa parola e lo vediamo in questo tempo”.

Il riferimento all’attualità internazionale e agli agenti dell’Ice

E qui il riferimento all’attualità internazionale, alla guerra in Ucraina, a Gaza, agli Stati Uniti e agli agenti dell’Ice, che Veltroni ha definito senza giri di parole “squadrone della morte”:

“Ormai la violenza sembra essere la forma con la quale si disciplina ogni conflitto a dispetto di ogni regola. Quando questi squadroni dell’Ice possono entrare nelle case senza mandato da parte dell’autorità giudiziaria e possono portare via le persone, quando possono separare le madri da bambini di 2 o di 5 anni, significa che si è varcata ogni soglia di umanità. E le dittature varcano ogni soglia di umanità. Il capo di quello squadrone della morte si veste richiamando esplicitamente le divise delle SS (non si tratta di un caso, ma è un chiaro segnale che si vuole mandare). Quando vedo quelle divise mi vengono i brividi. Come diavolo si può vestirsi come le SS, alludervi, oppure evocarle esplicitamente, perché ci sono movimenti che mettono la croce uncinata sulle proprie bandiere?”.

“Si sta perdendo il valore fondamentale dell’umanità”

Secondo Veltroni, evidentemente “sta succedendo qualcosa di profondo nella società”:

“Non vi fate mai sedurre dall’autorità o da un tono sprezzante, che magari piace, perché se qualcuno di questi nuovi autocrati è stato eletto in elezioni è perché evidentemente sta succedendo qualcosa di profondo nella società. Così come si applaudiva per la guerra ora si può applaudire anche per la separazione di una madre da un bambino di 2 anni. Ci sono dei momenti della storia in cui si perdono i valori fondamentali, a cominciare dal valore di umanità, e la difesa della libertà, della democrazia e della pace, perché la libertà e la democrazia producono pace. Per questo ho cominciato dicendo che ci rivolgiamo ai ragazzi: noi possiamo pensare di aver fatto un tratto della nostra storia, ma ci sono i nostri figli, i nostri nipoti, ai quali non dobbiamo consegnare un mondo in guerra. Ogni tanto qualcuno dice “C’è stata sì l’occupazione tedesca’ ma poi fa una grande confusione, nella quale sembra non ci siano distinzioni tra chi stava da una parte e chi dall’altra. E invece è stato un conflitto. Ricominciamo a mettere le cose a posto: in questo Paese c’è stato qualcuno, Mussolini e il fascismo, che ha tolto agli italiani la libertà di organizzarsi in partiti, in sindacati, di dire quello che pensavano. E qualcun altro che invece, con la Resistenza, ha ridato la libertà agli italiani. Non è la stessa cosa, sono l’una l’opposta dell’altra. Voglio ricordare la meravigliosa frase che disse Vittorio Foa, che aveva trascorso molti anni in galera, quando incontrò in Senato il senatore Giorgio Pisanò che era stato nella Repubblica Sociale. ‘Sai qual è la differenza tra noi? Che quando vincevate voi, io stavo in galera, e adesso che abbiamo vinto noi, tu sei senatore della Repubblica’. Questa è la differenza tra fascismo e antifascismo, tra la democrazia e i sistemi autoritari. I patrioti, dei quali si parla spesso, erano quei ragazzi che alla Franco Tosi o sulle montagne mettevano in gioco la propria vita per la libertà di tutti.  Noi siamo i figli di quella storia e quando diciamo memoria – il ragazzo del Galilei che ha parlato da questo stesso palco poco fa ha ricordato l’etimologia della parola ricordare che è ‘riportare al cuore’ – ecco noi dobbiamo ricordare al cuore e al cervello la coscienza di quel tempo.  E allora sempre ai ragazzi io voglio dire: non prendete tutto questo per retorica, per celebrazione. Noi non stiamo celebrando, stiamo ricordando le persone che hanno perso la loro vita per colpa di una dittatura, ma stiamo parlando dell’oggi, non di ottant’anni fa. Perché la libertà può essere messa in discussione in tanti modi, si può essere di destra, di sinistra, di centro, quello che si vuole, ma si deve amare la libertà, si deve amare la democrazia, sia deve amare il diritto di ciascuno di noi a essere se stesso, a respirare, a parlare, a organizzarsi, a protestare, a scioperare, a far vivere la democrazia attraverso la partecipazione di tutti”.

“Non possiamo fare come gli umarell: è finito il tempo del disinteresse”

Infine, un monito:

“Io penso che sia finito il tempo del disinteresse, delle alzate di spalle, del farsi spettatori. Noi non possiamo essere come gli umarell che vanno a vedere i cantieri e li commentano. Noi oggi, Giornata della Memoria del 2026, guardando quello che succede nel mondo, abbiamo di nuovo il dovere di riprendere nelle nostre mani il destino nostro e delle generazioni che verranno”.

La cerimonia è proseguita con la posa delle corone di alloro al monumento ai deportati che sorge all’ingresso della fabbrica. A seguire il corteo per le vie cittadine diretto al Cimitero Monumentale, dove il presidente dell’Anpi  Primo Minelli ha tenuto il discorso conclusivo.