lo sfogo

Lo sfogo di un sanitario: “Prima eroi, ora capri espiatori”

Stefano Villella abita a Corbetta e lavora come sanitario in un reparto di Rianimazione in Brianza.

Lo sfogo di un sanitario: “Prima eroi, ora capri espiatori”
Cronaca Magenta e Abbiategrasso, 23 Novembre 2020 ore 08:46

Lo sfogo di un sanitario di Rianimazione in Brianza: “Prima eroi, ora capri espiatori”.

Lo sfogo di un sanitario: “Prima eroi, ora capri espiatori”

Turni estenuanti, bardati in tute e visiere, in una guerra infinita con il virus. E poi torni a casa e realizzi che mentre in primavera eri un «eroe», ora sei la causa di ogni male. E da questa sensazione spiacevole nasce lo sfogo di Stefano Villella, corbettese, che lavora come sanitario in un reparto di Rianimazione in Brianza.
«Ho letto centinaia di commenti indignati: il medico di famiglia che non risponde mai perché il telefono è sempre occupato, il paziente morto nel bagno del Pronto soccorso, le ambulanze in coda che non riescono a sistemare i malati, pazienti lasciati da soli in barella senza un’adeguata assistenza. Una persona scrive: “Li abbiamo chiamati eroi per 8 mesi, così gli eroi organizzano il Pronto soccorso?”. Tutto giusto, indignazione sacrosanta, ma sapete chi ci era arrivato prima di voi? Quei medici e quegli infermieri che da settimane ripetono che il sistema è al collasso, che gli ospedali sono al limite Ci avete chiamato terroristi, cassandre, venduti, lamentosi, mangiapane a tradimento con lo stipendio fisso che vogliono far morire di fame tutti gli altri con il lockdown. Eppure vi avevamo avvertito: di preciso che cosa pensavate fosse il collasso del sistema sanitario? Di che cosa vi meravigliate?».
Parole dure, che riflettono l’immagine di un Paese che, davanti alla seconda ondata, sembra aver perso quella capacità di essere solidale che, invece, aveva manifestato durante il primo lockdown. «Come potete pensare che un infermiere o un Oss che hanno in carico decine di persone a testa possano accompagnare tutti in bagno, dar da mangiare a tutti, pulire il sedere a tutti e contemporaneamente gestire le urgenze, i codici rossi e gialli, somministrare le terapie, fare prelievi, emogas, radiografie a tutti? – incalza duramente – Come pensate che un medico che abbia in carico decine e decine di pazienti gravi, più quelli che arrivano da fuori, ancora da stabilizzare, possa arrivare a prestare attenzione rapidamente ai pazienti non immediatamente in fin di vita? In un contesto come quello che viviamo, da settimane, è inevitabile che succeda questo ed altro».
E’ lo sfogo di chi vede la sofferenza intorno a sé, fa di tutto per alleviarla, ma diventa capro espiatorio della stessa. E’ lo sfogo di chi, da mesi, mette in luce le criticità del sistema e mette in guardia su come tutti possono sostenerlo con comportamenti virtuosi, ma si trova inascoltato. «Gli infermieri e gli Oss spesso entrano prima ed escono dopo il loro orario, per fermarsi a dare da mangiare ai pazienti in modo che i loro colleghi possano occuparsi dei trasporti tra i reparti, dei servizi e dell’igiene personale dei pazienti – aggiunge Villella – I medici fanno orari assurdi per supportare i colleghi che non riuscirebbero a gestire contemporaneamente tutta quella mole di pazienti gravi: il turno da 6 ore diventa agevolmente da 9, il turno da 8 non va mai sotto le 11 ore. Potete immaginare il turno da 12».
E lo fanno bardati in scafandri di plastica, «mascherine che sempre più spesso dimentichi di cambiare perché non ti accorgi che sono già passate 4 ore, visiere che tra usura e sanificazioni sono sempre più rovinate e spesso le togli perché non si vede più nulla».
E poi le urla, le lamentele, le «crisi isteriche di gente che satura 100% ma pretende di essere vista subito, solo perché urla e strepita».
E, ancora, familiari al telefono che hanno, giustamente, bisogno di conforto, altri che vogliono solo «sfogare su di te la loro frustrazione e ti insultano e ti accusano di aver lasciato il loro caro in attesa per ore è il racconto – Ogni telefonata merita tempo, ma toglie tempo agli altri. Inevitabilmente, se sono una o parlo al telefono o curo i pazienti. Ma voi vi indignate. Chiedete inchieste, volete colpevoli. Dopo tutto questo fioccheranno ancora centinaia di cause, sempre volte a colpire gli unici che in questa situazione terribile ci hanno messo la faccia e il cuore. Nessuno fa causa alle istituzioni che ci hanno ridotto così. E quelli che ci porteranno in tribunale saranno gli stessi che quest’estate affollavano le discoteche e in autunno passavano da un apericena all’altro, e ora pretendono di tenere tutto aperto. Tanto è colpa nostra, no? Siamo cassandre terroriste che non sappiamo fare il nostro mestiere».
Un duro sfogo, che mostra una arcobaleno ormai sbiadito e un «andrà tutto bene» sempre più flebile e che riflette lo scenario di tutti gli ospedali Covid.

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