Cronaca
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Kalashnikov e società fittizie per "nascondere" lo spaccio di droga

Tredici persone arrestato fra le province di Milano, Pavia e Monza e Brianza

Kalashnikov e società fittizie per "nascondere" lo spaccio di droga
Cronaca 10 Gennaio 2022 ore 09:29

Tredici persone arrestate nella mattinata di oggi, 10 gennaio 2021, alcuni affiliate a storiche famiglie 'ndranghetiste originarie di Platì. Contestata l'associazione a delinquere ai fini di spaccio e la detenzione di armi finalizzata all'estorsione.

Il blitz nelle prime ore del mattino

È scattato alle prime luci dell’alba di oggi l’intervento dei militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Pavia che, con la collaborazione del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata di Roma e supportato da reparti della Lombardia, Piemonte e Calabria, stanno eseguendo, tra l’altro, 13 ordinanze di custodia cautelare. I provvedimenti sono stati emessi dal G.I.P. del Tribunale di Milano nei confronti di altrettanti soggetti alcuni dei quali sarebbero contigui a storiche famiglie ‘ndranghetiste originarie di Platì (RC) e radicatesi nel Nord Italia nei territori a cavallo tra le province di Pavia, Milano e Monza Brianza nonché nel torinese.

Spaccio e estorsioni da parte del gruppo

Le ipotesi investigative contestate agli odierni arrestati dalla Procura Distrettuale Antimafia milanese vanno, a
vario titolo, dall’associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti alla detenzione e porto
di armi da sparo fino a episodi di estorsione perpetrati in Lombardia con l’aggravante del metodo mafioso.
Le Fiamme Gialle pavesi, con il supporto dei reparti territoriali, di decine di unità anti terrorismo pronto impiego
(ATPI), l’impiego di unità cinofile e dei mezzi aerei del Corpo sono stati impegnati nella ricerca e cattura dei
ricercati interessando anche la roccaforte di Platì dove i principali responsabili del sodalizio si erano spostati, facendo poi la spola con la Lombardia.

Un lavoro di investigazione lungo due anni

L’attività investigativa, iniziata nella primavera del 2019 e conclusasi oggi con l’esecuzione delle ordinanze di
custodia cautelare, è stata caratterizzata dal costante monitoraggio dei soggetti originari del Reggino e da tempo
stanziati nei territori compresi tra le province di Pavia e Milano, dove avrebbero operato seguendo condotte
tipicamente mafiose. Infatti, le attività investigative hanno registrato ripetute attività estorsive nei confronti di
soggetti che ritardavano a pagare lo stupefacente, ricorrendo alla forza, spesso manifestata con la minaccia nei confronti delle loro vittime di gravi conseguenze ove non avessero saldato i propri debiti nei tempi richiesti.

Coinvolte anche delle donne

Il gruppo indagato avrebbe trattato considerevoli quantitativi di cocaina e marijuana, immessi nella rete di distribuzione, vendita e consumo anche con l’intento di rifornire gruppi criminali a loro collegati della Lombardia, del Piemonte, della Liguria e in Toscana. Non sarebbero risultate estranee a queste ultime dinamiche criminali alcune figure femminili, congiunte dei principali indagati, che pur svolgendo una funzione servente o secondaria, hanno comunque dato un contributo reale ed effettivo per la commissione dei reati. Durante il confezionamento, prelievo e nonché durante le operazioni di conteggio dei proventi illeciti incassati. Per una di loro, come per altri due fiancheggiatori del sodalizio, il GIP del Tribunale di Milano ha disposto la misura dell’obbligo di presentazione avanti alla P.G. e per un quarto la misura cautelare dell’obbligo di dimora nel territorio del comune di residenza.

Kalashnikov e società fittizie per difendere il patrimonio

Il clan, per supportare le proprie capacità operative, per perpetrare le estorsioni ed il traffico di droga o anche per
fronteggiare qualsiasi tipo di minaccia proveniente dall’esterno del sodalizio, aveva la disponibilità di armi
automatiche, come i noti mitragliatori Kalashnikov, riforniti da altra cellula calabrese collegata. Al fine di rendere, poi, oltremodo difficile l’individuazione dei proventi delle attività delittuose così da poter sfuggire ad una eventuale aggressione patrimoniale da parte dello Stato, il sodalizio criminale avrebbe utilizzato società di servizi ed imprese edili, costituite ad hoc, ma di fatto inattive, che tramite l’emissione di fatture false avrebbero potuto occultare i proventi illeciti sfruttando anche la complicità di almeno un professionista per presentare bilanci e dichiarazione dei redditi opportunamente “adattati”.