Commemorazione

Deportati della Franco Tosi, il sindaco: “Continuino a vivere nella nostra identità di legnanesi”

Pur se in tono minore causa Covid, Legnano ha ricordato i lavoratori della storica fabbrica deportati nel lager nazista di Mauthausen.

Deportati della Franco Tosi, il sindaco: “Continuino a vivere nella nostra identità di legnanesi”
Cronaca Legnano e Altomilanese, 13 Gennaio 2021 ore 14:21

Deportati della Franco Tosi, oggi la cerimonia per commemorare i lavoratori della storica fabbrica legnanese rastrellati dalle SS e deportati nel lager nazista di Mauthausen.

Deportati Franco Tosi, le parole del sindaco Radice

“Fare memoria è impegnarsi perché il passato non cada nell’oblio, è non rassegnarsi a quello che sembra inevitabile. E’ ribellarsi affinché i lavoratori deportati e tutti quelli che in fabbrica hanno lottato per il lavoro continuino a vivere nella nostra identità di legnanesi” ha detto il sindaco di Legnano Lorenzo Radice nel corso di una cerimonia “ristretta per ragioni di necessità” come ha sottolineato lo stesso primo cittadino. “Mi trovo, dopo due mesi circa dalla mia prima commemorazione tenuta da sindaco, quella del 4 Novembre, a lamentare ancora l’assenza forzata dei cittadini, dettata dalla necessità di evitare assembramenti per limitare i rischi della diffusione del virus – ha detto Radice – È un impegno che, da circa dieci mesi ormai, stiamo affrontando. È una rinuncia difficile e dolorosa alle nostre abitudini, fra cui la socialità rappresenta un elemento ineliminabile e vitale. È un sacrificio che facciamo per noi e per gli altri, perché essere parte di una comunità significa condividere con gli altri componenti di questa le privazioni necessarie in vista di un beneficio comune. Non è, contrariamente a quella di chi 77 anni fa da questa fabbrica fu deportato, una scelta di coraggio estremo, ma è, esattamente come quella, una scelta di responsabilità. La scelta di chi, appunto, con il suo agire si fa carico non soltanto della proprio destino ma anche di quello degli altri. È un io che pensa e decide per il noi, per gli altri. Perché se il sacrificio degli operai della Tosi ha contribuito a costruire un mondo diverso da quello che era precipitato nel conflitto più drammatico della storia, le nostre piccole rinunce possono aiutare a combattere questo nemico globale invisibile ma pericolosissimo. E oggi la scelta degli operai della Franco Tosi, che nel gennaio del 1944 scioperavano chiedendo un trattamento più dignitoso e ribellandosi alla costruzione di materiale bellico può sembrarci chiara nella sua finalità, incontestabile alla luce della situazione che, specialmente dalla fine del 1943, si era cominciata a vivere nelle fabbriche. Ce lo dicono gli storici, ci restano le testimonianze di chi assisté a quei fatti. Ma chi, quel 5 gennaio 1944, si è ribellato ai soprusi dei nazifascisti non sapeva e non poteva avere chiaro tutto questo, non poteva prevedere quello che sarebbe accaduto”.

“Quel 5 gennaio 1944 si ribellarono ai soprusi dei nazifascisti”

Radice ha voluto ricordare i protagonisti di quella tragica pagina di storia citandoli uno per uno: “Chi, quel 5 gennaio 1944, si è ribellato ai soprusi dei nazifascisti non poteva prevedere quello che sarebbe accaduto. Ribellandosi non sapeva con certezza che il proprio rifiuto sarebbe stato per sempre. Sapeva di certo, invece, che quella era la cosa giusta da fare. Da fare a ogni costo. Per la propria coscienza di uomini liberi e per una prospettiva di lavoro, di vita e di società diverse; libere e democratiche. Di questo erano convinti Pericle Cima, Carlo Grassi, Francesco Orsini, Angelo Santambrogio, Ernesto Venegoni, Antonio Vitali, Paolo Cattaneo, Alberto Giuliani: che bisognasse dire no a un regime criminale e a una guerra insensata, qualunque fosse la conseguenza. Il più giovane di loro, Angelo Santambrogio, aveva soltanto 31 anni, il più anziano, Francesco Orsini, 62. Avevano un lavoro, una famiglia, una casa. Avevano una vita che fino a quel momento si poteva definire perfettamente normale; la stessa vita dei loro colleghi, amici e coetanei”.

Il presidente Anpi Minelli: “Sette pietre d’inciampo per ricordarli”

“Settantasette anni fa in questo luogo, dopo uno sciopero per rivendicare condizioni di lavoro dignitose, ma anche per rivendicare libertà e la fine della guerra, i tedeschi e i fascisti fecero irruzione in fabbrica e con le armi spianate imposero la fine dello sciopero – ha aggiunto Primo Minelli, presidente della sezione cittadina dell’Anpi – Alla fine della giornata un gruppo di lavoratori fu portata nel carcere di San Vittore dove alcuni furono lasciati liberi, mentre i lavoratori della Commissione Interna furono deportati nel campo di sterminio di Mauthausen da dove solo uno ritornerà, trovando la morte dopo pochi mesi per i patimenti subiti nella terribile detenzione. Oggi ricordiamo i deportati a Mauthausen che furono protagonisti della lotta per la nostra libertà, che combatterono contro quei disvalori che oggi sentiamo rinascere nella tolleranza e nel silenzio di troppi. Onorare questi morti significa far vivere nella nostra città, nelle nostre scuole la loro esperienza, per mettere i giovani al riparo dalle sirene dell’intolleranza e dell’indifferenza per i valori democratici. Democrazia a volte lenta e farraginosa ma che ci garantisce le libertà”. Anche Minelli ha voluto sottolineare il “tono ridotto” della cerimonia dovuto alla pandemia e ha affermato che “emerge con forza la necessità di un agire collettivo se vogliamo uscirne”, perché “da soli questa emergenza non si sconfigge, solo un ruolo forte dello Stato nel solco della Costituzione è garanzia per tutti”. “Gli uomini che oggi onoriamo avevano questi saldi e nobili principi – ha concluso il presidente dell’Anpi – Perseguivano l’interesse collettivo e non quello individuale. Prossimamente li onoreremo posando sul marciapiede di piazza Monumento sette pietre d’inciampo visibili a tutti a ricordo del loro sacrificio”.

 

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