Pellegrin è infermiere di Rianimazione in ospedale

Coronavirus, un papà vermezzese in prima linea al San Paolo

Davide Pellegrin è infermiere di Rianimazione all'ospedale San Paolo di Milano: “Situazione critica, l'età media non è alta. E si muore in solitudine”

Coronavirus, un papà vermezzese in prima linea al San Paolo
Cronaca Magenta e Abbiategrasso, 05 Aprile 2020 ore 13:00

Davide Pellegrin è infermiere di Rianimazione all'ospedale San Paolo di Milano: “Situazione critica, l'età media non è alta. E si muore in solitudine”

Coronavirus, un papà vermezzese in prima linea al San Paolo

Il duro lavoro in ospedale, la preoccupazione per i propri familiari. Parla Davide Pellegrin, infermiere presso la sala di rianimazione dell’ospedale San Paolo. Residente a Vermezzo con Zelo, Davide è anche un papà del comitato genitori Gianni Rodari e qualche giorno fa ha partecipato ad una diretta Facebook con la presidente Stefania Centonze.

Pellegrin lavora da ben 14 anni nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale milanese ed è uno dei sanitari in prima linea nell’emergenza Coronavirus. «All’inizio, quando ne parlavano in Cina, si percepiva come una realtà lontana – afferma Davide – C’è stato un po’ di disorientamento, ma siamo riusciti a venirne a capo bene, viste comunque le difficoltà del caso. Il nostro reparto è un gruppo molto affiatato e in questa situazione ci siamo reinventati». La sala in cui lavora Pellegrin è normalmente di rianimazione generale, con pazienti di tutti i tipi e di una certa età. Ora il reparto è diventato mono-patologia. «La cosa che ci ha lasciato sgomenti è come, con i giorni, l’età dei pazienti si sia abbassata di molto e si tratti spesso di gente sana».

L’età media dei ricoverati si aggira, infatti, tra i quaranta e i cinquant’anni. In questi giorni, si sta parlando di un rallentamento dell’epidemia, ma la situazione nel reparto è ancora critica e i posti letto sono tutti occupati. Non c’è un attimo di riposo. Appena si libera, nel bene o nel male, un posto, c’è qualcun altro che va ad occuparlo. «Il personale è stato ampliato, le ferie e i congedi sono stati revocati. Gli orari di lavoro non sono cambiati, ma spesso, per qualche motivo, bisogna rifare i turni. Si vive alla giornata: dobbiamo essere elastici». Il materiale sanitario a disposizione è, comunque, idoneo ed è sempre stato garantito. Ciò che impressiona è la solitudine dei pazienti. «Un paio di anni fa, è stata attivata la “rianimazione aperta”, per cui possono entrare nel reparto più familiari in una ampia fascia oraria. È strano, ora, non vedere nessuno. I pazienti sono soli. Anche quando vengono svegliati, l’unico approccio che hanno è con noi sanitari completamente mascherati. E quando un paziente muore, muore senza i propri cari».

Tra i sentimenti che Davide prova, c’è la paura: come papà, di contagiare i figli; come infermiere, per la sorte dei pazienti. E così lancia un appello: «Io capisco che è brutto stare in casa, ma il contenimento rappresenta l’unico sistema. Nessuno è immune da questa patologia. Bisogna essere responsabili». TORNA ALLA HOME PAGE PER LE ALTRE NOTIZIE