Magenta

“Ci ha sposati un vero martire”

Enzo Salvaggio e sua moglie furono sposati da don Malgesini a Pontevecchio.

“Ci ha sposati un vero martire”
Magenta e Abbiategrasso, 20 Settembre 2020 ore 14:27

“Ci ha sposati un martire”.  Enzo e Francesca il 6 aprile 2013 pronunciarono il fatidico sì a Pontevecchio anche davanti a don Roberto, ucciso da un senzatetto a Como.  E oggi, Enzo Salvaggio, docente di religione e capogruppo Pd in Consiglio comunale, non può che testimoniare il senso più profondo di quell’incontro speciale che segnerà per sempre la sua vita.

Il racconto di Enzo

«Mia moglie Francesca frequentava la comunità pastorale comasca in cui operava. Per lei era un punto di riferimento spirituale e fattivo. Don Malgesini viveva la sua missione religiosa concretamente, nel più profondo senso cristiano, mescolandosi con gli ultimi, coi poveri, coi bisognosi, senza chiedere la carta d’identità. Lui aiutava e insegnava ad aiutare chi ne avesse bisogno».
«Ama il prossimo tuo come te stesso» non era un motto ma uno stile di vita: «Don Malgesini organizzava gruppi di volontari che, la sera, andavano a portare tè caldo, coperte, biscotti, cibo e tutto ciò che poteva servire ai senzatetto: italiani, stranieri, non faceva differenza. A turno portava con sé giovani e non solo che volevano rendersi utili e vivere un’esperienza unica. Francesca era tra questi giovani cresciuti con lui che lo seguivano. E quando iniziammo a frequentarci, partecipai anche io: andavo con loro nei posti in cui si rifugiavano i più disperati, portavamo loro sollievo, aiuti, conforto. E ci arricchivamo anche noi». Un’esperienza di vita, che mostrava come anche in un città mediamente ricca, ci fossero sacche di povertà, di persone abbandonate a se stesse che potevano essere aiutate.

“Ci ha sposati un vero martire”

Don Roberto era un missionario «di casa nostra»: «Ci si trovava sulle scale della sua casa accanto alla chiesa di San Rocco, poi si andava per le strade di Como: nel centro, sotto il broletto, sotto i portici, sotto la strada che passa accanto alla Ticosa e nelle tante aree dismesse dove ai margini della città trovavano e trovano ospitalità donne, uomini e famiglie. Siamo entrati in luoghi apparentemente inospitali, ma lui sapeva scaldare con la sua presenza e il suo sorriso anche le più fredde sere invernali e illuminare i luoghi più bui».
Incarnava la speranza e testimoniava il cristianesimo più puro: «Il suo insegnamento ed esempio ci ha plasmato e si è incardinato nel nostro essere coppia e famiglia – evidenzia – Fu Francesca, naturalmente, a volerlo per concelebrare il nostro matrimonio. Così, tornati a casa, il pensiero è andato a quel giorno. Ci ha sfiorati un pensiero: “Ci ha sposati un martire”. Ma la sua storia è molto di più: è dare importanza all’altro, chiunque esso sia. E’ donarsi, vivere nell’esperienza, oltre che nelle parole, il messaggio di Gesù».
Un’analogia corre alla mente di Enzo: «Don Roberto è morto lo stesso giorno di don Puglisi. Due storie diverse, ma la stessa missione tra la gente. Entrambi vittime di qualcosa per cui lottavano, dell’ambiente in cui portavano avanti la loro missione. Ma questo non cancella il senso più profondo del loro operato, di cui ci sentiamo testimoni, oggi più che mai».
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