Cronaca

Arese, Amianto ex Alfa: Richieste di condanna da 6 a 3 anni per cinque ex dirigenti

Arese, Amianto ex Alfa: Richieste di condanna da 6 a 3 anni per cinque ex dirigenti
Cronaca 21 Gennaio 2017 ore 19:04

ARESE - Sei anni di carcere per Corrado Innocenti, amministratore delegato dell'Alfa Romeo dal 1978 al 1985, cinque anni di carcere per Vincenzo Moro, amministratore delegato Alfa Romeo dal 1974 al 1978, tre anni di carcere per Paolo Cantarella e Giorgio Garuzzo, rispettivamente presidente e amministratore delegato di Fiat Auto negli anni '90. I due manager Fiat sarebbero responsabili della morte di due operai. Assoluzione per i due ex dirigenti Piero Fusaro e Giovanni Battista Razelli.

Sono queste le richieste del Pm Maurizio Ascione al termine della sua requisitoria nell'ambito del processo di primo grado per la morte di 10 operai dell'Alfa Romeo di Arese. Giovedì mattina davanti al giudice della nona sezione penale del Tribunale di Milano, Paola Braggion, il Pubblico Ministero ha concluso la sua arringa, iniziata mercoledì, chiedendo l'assoluzione degli imputati per la morte di cinque operai, in quanto durante il dibattimento non sarebbe stata provata la certezza che la morte per mesiotelioma sia imputabile al lavoro nella fabbrica automobilistica.

La morte degli altri dieci operai, invece, secondo il Pm Ascione, sarebbe stata provocata dall'esposizione alle fibre d'amianto, «ben presente nell'ambiente e nel processo di lavorazione». L'amianto era sui tetti in eternit dei capannoni, ma era anche in alcuni pezzi che venivano montati sulle auto.

L'accusa ha inoltre insistito sulle responsabilità dei manager Alfa Romeo e Fiat, «è ampiamente dimostrato che molto prima dell'entrata in vigore della normativa sull'amianto, vi era una chiara conoscenza della pericolosità dell'amianto, lo sapevano gli operai, lo sapeva il sindacato - ha dichiarato in aula - anche la Fiat lo sapeva ma non ha fatto niente per tutelare la salute dei suoi operai. Quando la Fiat è arrivata ad Arese nel 1987 non ha messo in atto nessuna ristrutturazione dei fabbricati, sono rimasti com'erano, l'amianto non è stato rimosso, inoltre la difesa non ha fornito nessuna prova documentale della valutazione del rischio amianto da parte della Fiat». Insomma la Fiat sapeva ma non avrebbe fatto nulla per la salvaguardia della salute di migliaia di lavoratori. E starebbe proprio nell'atteggiamento del non-fare e del non-cautelare della casa automobilistica di Torino la condotta del reato. Nelle prossime udienze verranno ascoltate le conclusioni delle parti civili, dei famigliari delle vittime e degli imputati. La sentenza del giudice Braggion è attesa per fine marzo.