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Andata e ritorno dall’inferno Covid: la storia di un “sopravvissuto”

«L’orco non ti consente di dormire e solo, a sfinimento, ti appisoli qualche mezz’ora per poi risvegliarti tra gli incubi: non sai più dove sei, le crisi di panico, iperventilazione, calore ovunque»

Andata e ritorno dall’inferno Covid: la storia di un “sopravvissuto”
Rhodense, 13 Novembre 2020 ore 19:25

Il Coronavirus esiste. Il Coronavirus non colpisce solo gli anziani, non lo prendono solo i non sportivi, non fa rischiare la morte solo a chi ha malattie gravi pregresse. Questo «nemico invisibile» è subdolo e non sceglie le proprie «vittime» in base all’età o al sesso. Se ne appropria e basta e l’unico modo per sconfiggerlo è la prevenzione.

Andata e ritorno dall’inferno Covid: la storia di un “sopravvissuto”

Questa è la storia di Stefano Carli, aresino di 64 anni, che da quando è in pensione si è dedicato alla salute del suo corpo. Tra una partita di golf e l’altra, qualche scarpinata in montagna e alcune ore di palestra, Carli, nonostante la sua prestanza fisica, ha contratto il virus.
La mattina del 12 ottobre faceva talmente caldo che Carli fece una partita a golf con una semplice polo. La mattina seguente si svegliò con un po’ di tosse ed una sensazione strana di febbre in salita che, come molti avrebbero fatto, aveva ricondotto all’«azzardo fuori stagione» del giorno prima. Ma il giorno dopo si è aggiunta anche la dissenteria e la perdita di appetito. Carli contattò quindi il suo medico curante, la dottoressa Robustellini, che capì subito il problema: Covid. Il medico gli prescrisse quindi il protocollo standard: antibiotico, eparina e cortisone.
In breve i sintomi sono spariti e il 20 ottobre l’uomo stava nuovamente bene. Stava attendendo la fine della quarantena per fare il secondo tampone quando, grazie al controllo giornaliero con il saturimetro, il 21 ottobre Carli ha iniziato ad accorgersi che i dati registrati dall’apparecchio erano sempre più bassi fino a toccare la soglia del 90%.
Avendo una buona capienza polmonare dovuta al molto sport praticato, Carli non si era accorto che un principio di polmonite stava penetrando subdolamente in lui, iniziando a danneggiare i polmoni in modo asintomatico.
Immediatamente l’uomo è corso  al Pronto soccorso di Garbagante. «Sono uscito di casa con uno zainetto con poche cose e ho salutato  mia moglie- racconta Carli – Ho avuto  l’impressione che non sarei più tornato a casa».

L’inizio dell’inferno

La moglie non ha avuto  più notizie del marito per quattro giorni.
«Sono arrivato  da solo al Pronto soccorso e ho aspettato nel triage Covid per 5 ore – ricorda Carli – Alla 1 sono stato  visitato e mi hanno fatto  subito un Emogas e una radiografia al torace. E’ stato agghiacciante quando mi hanno detto “Lei questa notte non si muove di qui, la dobbiamo trattenere”» racconta l’uomo.
Una prima notte di tante,  tra gente che si lamentava e tanti movimenti di entrata ed uscita.
Gli inferi si sono presentati con tutti i loro ruggiti il giorno dopo quando Carli è stato  trasferito in Terapia sub-intensiva perchè la situazione era grave.
I decessi non sono tardati ad arrivare: «Ho visto  il primo morto che non superò un lungo massaggio cardiaco».
Il 25 ottobre a Carli è stato messo il casco per l’ossigenazione forzata ed è stato trasferito nella Shock Area: «Mi hanno fatto indossare un casco di plastica pieno di tubi e ganci che mi ingabbiavano e m’impedivano di girarmi o di sdraiarmi. Un immediato senso di claustrofobia mi ha assalito appena lo hanno sigillato tutto intorno alla mia testa. Il panico è iniziato  quando  ho sentito un rumore assordante come quello di un aspirapolvere impazzito. Il respiro è partito  a mille e ho cominciato  a sudare, gli occhi hanno incominciato  a bruciare e dopo pochi minuti la gola era ormai secca e mi è venuto  subito l’istinto di liberarmi. Ho chiamato  aiuto ma c’era troppo caos intorno: un paziente urlava per dolori al petto ed un altro ha cominciato  una danza assurda di tremori sul letto che ben presto si è fermata. Era il secondo deceduto. Ho capito  allora che sarei sopravvissuto a quel girone dantesco se fossi riuscito a “collaborare” con i medici».
E’ passato  così il 25 ed il 26 senza mangiare né muoversi e la schiena piegata a 90 gradi sulla stessa brandina del triage.
«La notte del 27 è stata  la più brutta – racconta Carli – Non mangiavo dal 24 ottobre a pranzo e rimpiansi di aver avanzato qualcosa in quell’ultimo pasto».
Ma il peggio per Carli era la notte: «L’orco non ti consente di dormire e solo, a sfinimento, ti appisoli qualche mezz’ora per poi risvegliarti tra gli incubi: non sai più dove sei, le crisi di panico, iperventilazione, calore ovunque».

La fine dell’incubo

Il 28 ottobre Carli ha iniziato  a vedere uno spiraglio di luce in quell’inferno buio: è stato  portato nel reparto di pneumologia dove ha iniziato  la sua lenta messa in piedi. «Ho cominciato  a mangiare qualcosa. Appena mi veniva tolto il casco, che non tenevo più tutto il giorno ma sempre meno, approfittavo per bagnarmi la faccia, soffiarmi il naso e altre cose banali ma che per me erano tanto».
Finalmente il 29 ottobre arrivano i primi dati di miglioramento: il peggio era passato.
Dopo altri giorni in ospedale, il 10 novembre è tornato  a casa. «Ho ripreso la mia auto ancora parcheggiata in ospedale e guido verso casa ma non sono riuscito a comprare un mazzo di i fiori per mia moglie, per il nostro anniversario, ma è stato comunque il nostro più  bel anniversario di matrimonio».

Federica Altamura

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