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Morti Covid, nessuna colpa: "Responsabilità eluse"

La rabbia dell'associazione Felicita dopo l'archiviazione da parte della Procura di Milano

Morti Covid, nessuna colpa: "Responsabilità eluse"
Attualità Milano città, 24 Ottobre 2021 ore 16:05

Archiviazione per le morti Covid al Pio Albergo Trivulzio di Milano, la presa di posizione dell'associazione Felicita espressa in un lungo comunicato e nelle parole del presidente Alessandro Azzoni.

Responsabilità eluse

“In questa vicenda dobbiamo parlare soprattutto di responsabilità eluse, anzitutto materiali e giuridiche, ma anche morali, rimbalzate da un’istituzione all’altra, dagli individui alle istituzioni e viceversa. Tale elusione è stata in qualche modo consacrata proprio nel provvedimento con cui la Procura di Milano ha richiesto l’archiviazione del fascicolo iscritto a carico del DG del PAT, dott. Calicchio, per i decessi occorsi in struttura durante la prima ondata dell’emergenza Covid. Oggi, di fatto, la Procura sostiene che i 18 mesi di indagini compiute non hanno consentito di raccogliere elementi sufficienti per andare a dibattimento. Da una semplice lettura della richiesta di archiviazione emerge però un quadro ben diverso da quello che ci si aspetterebbe a fronte di questa conclusione, esattamente lo stesso quadro che, sin dall’inizio,  sospettavamo si sarebbe realizzato” - ha dichiarato in conferenza stampa Alessandro Azzoni, Presidente di Associazione Felicita a seguito della decisione della Procura di Milano di richiedere l’archiviazione del procedimento relativo ai tragici fatti avvenuti lo scorso anno all’interno del Pio Albergo Trivulzio.

Emergono gravi e macroscopiche carenze nella gestione dell’epidemia da parte della Dirigenza del Trivulzio almeno fino a marzo 2020, a due mesi di distanza dalla proclamazione dello stato di emergenza nazionale. Carenze che hanno riguardato primariamente, ma non solo, la mancata adozione anche delle più elementari misure atte a evitare o contenere il diffondersi del contagio all’interno della struttura. Emerge di più, a detta della stessa Procura la chiara sottovalutazione del rischio da parte della Dirigenza e addirittura un atteggiamento, nel periodo iniziale del contagio, volto a nascondere e occultare le difficoltà piuttosto che a risolverle. Un atteggiamento ostruzionista nei confronti di chi, all’interno della Struttura, osava adottare autonomamente le basilari misure preventive (ricordo soltanto che la Procura ha accertato il preciso divieto imposto ai sanitari dalla Direzione di indossare mascherine personali per non generare “allarme” tra i pazienti, e l’ordine di ripristinare lo svolgimento dei pasti nella sala comune, pur a fronte dell’iniziativa di alcuni sanitari di servire i pasti in stanza).

Tutte “carenze” e gravi negligenze rilevate dai periti e confermate dalla stessa Procura alla luce degli atti d’indagine che tuttavia per i pubblici ministeri non provano la rilevanza causale rispetto a quanto capitato all’interno della Struttura. In realtà, molto di quello che è accaduto in questi 18 mesi di indagini andava in questa direzione. Basti pensare alla strada chiaramente segnata dalla relazione della Commissione Ats Lombardia - richiamata anche dalla Procura nel provvedimento con cui ha richiesto l’archiviazione del procedimento - che attribuiva le responsabilità correlate alla gestione del contagio all’interno del PAT a cause contingenti interne e a cause istituzionali esterne.

Come se il Pat fosse una cosa inerte, “uno scoglio in mezzo al mare in balia della tempesta” - sono le parole usate dall’avv.to Nardo, difensore dell’indagato dott. Calicchio il 6 maggio 2020 nella conferenza stampa del Pat - e non una struttura d punta in Lombardia (e non solo) nel settore dell’assistenza sanitaria ai soggetti più fragili,  guidata da figure di elevata professionalità, responsabili della protezione degli ospiti e del personale sanitario, quindi preposte anche alla prevenzione del rischi all’interno della struttura.

La strada è proseguita con l’introduzione, all’interno dell’ampio DL “Covid” n. 44/2021, dell’emendamento all’art. 3 che limita la responsabilità penale ai soli casi di colpa grave per morte o lesioni personali commessi durante lo stato di emergenza.

Colpa grave che viene esclusa, però, nei casi di scarsità di risorse umane e materiali e di limitatezza di esperienza e conoscenze tecniche per far fronte all'epidemia di Covid nelle RSA al momento del fatto. Un emendamento solo formalmente rivolto agli operatori sanitari in senso stretto, ma che in realtà è stato da più parti interpretato come idoneo a trovare applicazione anche alle figure di direttori e dirigenti.

Morti Covid

“Oggi, con la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura, la giustizia pare essersi mossa nella direzione di una resa totale giustificata in nome di una fatalità inevitabile: la pandemia come “forza maggiore” rispetto alle possibilità di risposta e agli obblighi di prevenzione del rischio da parte dei singoli responsabili” – prosegue Azzoni.

Come si può però sostenere l’irrilevanza penale della mancata osservanza a monte di tutte le misure - anche delle più basilari, rispetto alle quali non si può evocare la manna della straordinarietà del caso e della limitatezza di conoscenze - preposte proprio a evitare o contenere il rischio di danni connessi alla diffusione del virus e a salvaguardare tanto la vita di persone fragili affidate alla custodia della Struttura, quanto la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro del personale sanitario?

Verità storica

“Oggi noi parenti rifiutiamo di non ricevere risposta a questa fondamentale domanda di giustizia. Non possiamo accettare che questa verità storica non passi attraverso il dovuto vaglio giuridico, con la celebrazione di un processo colto a raggiungere anche una verità processuale che consenta di individuare le responsabilità individuali connesse a quanto accaduto. L'archiviazione del procedimento rappresenterebbe un fallimento nella ricerca della verità e sancirebbe l'ingiustizia del sistema giuridico italiano. E forse non solo i parenti delle vittime ma nessun cittadino può accettare che i responsabili restino invisibili o quanto meno che non si faccia tutto quanto, allo stato delle evidenze, risulta doveroso fare per l’accertamento di tali responsabilità. Il diritto penale è del resto un imprescindibile strumento attraverso il quale realizzare quel necessario percorso di verità volto a individuare i responsabili, e a impedire che in futuro possano ripetersi di nuovo queste tragedie. L’opposizione che intendiamo proporre alla richiesta di archiviazione della Procura rappresenta, dunque, una sfida e un’opportunità per interrogarci tutti, e per cercare risposte certe, in relazione alle evidenti lacune di una giustizia che risulta inerme, e non ha strumenti efficaci e condivisi per porsi dalla parte delle vittime certe, in quanto la garanzia si applica, alla fine, solo a chi è accusato. Un percorso che intendiamo seguire fino in fondo.

Continueremo la battaglia

Il diritto alla tutela della vita e della salute, garantito dalla Costituzione, e che in questa vicenda è stato negato alla popolazione più fragile, gli anziani, pone sul tavolo del sistema politico, legislativo e giudiziario la necessità di garantire il dovere/obbligo del sistema sanitario e assistenziale di impiegare strumenti adeguati a un compito delicato in quanto rivolto a una popolazione particolarmente fragile, e di sanzionare il mancato rispetto delle norme da parte dei responsabili” – precisa Azzoni. E su questo fronte Felicita continuerà la sua battaglia, sia culturale che sul campo della giustizia.

Non solo. Questo è il primo passo per interrogarsi e trovare risposte soddisfacenti in ordine alla necessità di una trasformazione culturale-etico-politico che veda in futuro le RSA non come strutture dove un’assistenza carente è comunque sufficiente in quanto rivolta a persone marginali, ma a luoghi dove vige invece il criterio obbligato della ’cura eccedente’, necessaria per proteggere gli anziani, nostra radice e nostra ricchezza.

Un cambiamento di paradigma da parte delle strutture e delle istituzioni che costituirebbe un modo per tradurre ora la responsabilità derivante dal potere ricevuto in una costruttiva progettazione e nella pianificazione trasparente di un sistema di cura a misura della fragilità indifesa della popolazione anziana.

“Cercheremo anche - magari insieme ai diversi comitati di parenti che hanno avuto vittime nelle RSA di altri comuni italiani (qualcuno di loro ci sta seguendo in collegamento), e che sono ancora in attesa di una decisione della loro Procura, o sono stati già “archiviati” nelle loro istanze di verità - di fare chiarezza sul tema che riguarda tanto le attuali carenze del sistema che privano gli anziani anche del diritto di non vivere in isolamento quanto il tema connesso alle vittime collaterali della pandemia – singole morti per disidratazione, decubito, abbandono – dovute a quelle che la Procura chiamerebbe “criticità generali”, e che imporrebbero la revisione totale del modello RSA, ritenuta evidentemente superflua dalla politica e dalle istituzioni, nonostante gli allarmi lanciati dal mondo civile e dalle parti sociali che denunciano l’assenza di cure e risposte soddisfacenti ai bisogni di cura e assistenza di tale fascia di popolazione fragile.

Un’ultima parola sulla grande distanza umana tra i vertici delle istituzioni, totalmente assenti in questi 18 mesi anche solo nel ricordo delle vittime o nelle scuse alle persone colpite dal lutto, e la dignità commovente dei parenti che nelle loro testimonianze hanno sempre espresso, come mostra anche il video, parole di dolore, incredulità e sconforto - mai di rabbia e di vendetta.

Parole definite in un’intervista dal dott. Pregliasco “eccessi di emotività“, che invece ci commuovono sempre proprio per  la pietas che esprimono verso i loro affetti” – conclude Azzoni.

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